Alessia Ambrosi (politico)                       Trento 23.7.2026

                          Intervista di Gianfranco Gramola

“Sono cresciuta in un piccolo paese di appena 350 abitanti, in un'area interna dove la vita non è sempre facile e dove ogni cosa richiede qualche sacrificio in più. È proprio lì, però, che ho imparato i valori che ancora oggi guidano ogni mia scelta: il lavoro, il sacrificio, il rispetto, la parola data e il senso del dovere”

Contatti Ambrosi_A@camera.it           

Alessia Ambrosi è nata a Negrar di Valpolicella (Verona) il 14 aprile 1982. Da sempre aderente alla Lega Nord, inizia la sua carriera politica con la candidatura alle elezioni regionali in Trentino-Alto Adige del 2013 per la provincia autonoma di Trento, ottenendo 105 preferenze e non risultando eletta. Fonda negli stessi anni la sezione "Valle dei Laghi" della Lega Nord, nel 2015 è poi candidata consigliere comunale di Ala, ma le 10 preferenze conseguite non sono sufficienti per ottenere il seggio. L'anno successivo si candida a consigliere comunale di Madruzzo nella lista civica di centrodestra a sostegno del candidato sindaco Cristano De Eccher, senza però avere successo con 78 preferenze. Alle elezioni del 2018, invece, con 1312 preferenze ottiene un seggio nel Consiglio della provincia autonoma di Trento e in quello regionale del Trentino-Alto Adige nelle liste della Lega Salvini Trentino. Nel 2021 passa a Fratelli d'Italia, in disaccordo con la scelta della Lega di appoggiare il governo Draghi. Alle elezioni politiche del 2022 è stata eletta alla Camera dei deputati da capolista di FdI nel collegio plurinominale Trentino-Alto Adige - 01. Data l'incompatibilità con la carica di deputata, le subentra in Consiglio provinciale Bruna Dalpalù, prima dei non eletti nelle liste della Lega, che successivamente passerà a sua volta in FdI. Il 10 febbraio 2024, FdI ne ha annunciato la sospensione da FdI, in seguito alle sue critiche pubbliche nei confronti del commissario regionale uscente Alessandro Urzì, appartenente allo stesso partito.  Nel maggio del 2024, in occasione delle elezioni europee, Ambrosi è stata candidata in terza posizione nella lista di Fratelli d'Italia per la circoscrizione nord-orientale. 

Intervista

Com'è nata la passione per la politica? E la politica è più un mestiere o una vocazione?

Credo di avere sempre avuto una naturale propensione verso gli altri, verso il bene comune e un profondo spirito di aggregazione. Mi ha sempre interessato ciò che accadeva intorno a me e ho sentito il bisogno di rendermi utile, di ascoltare le persone e di provare a trasformare un problema in una soluzione concreta. C'è stato, però, un momento preciso in cui questa sensibilità si è trasformata in una scelta di vita: il giorno in cui è nata mia figlia. Ricordo ancora perfettamente quel momento. Mi affacciai alla finestra dell'ospedale, poi la guardai e mi feci una domanda che non mi ha mai più lasciata: "E ora, che futuro darò a mia figlia?”. In realtà, quella domanda era molto più grande di lei. Riguardava il futuro di tutti i giovani, delle future generazioni, della mia terra e della nostra Nazione. Fu allora che capii di non voler più limitarmi a osservare la realtà o a lamentarmi di ciò che non funzionava. Sentivo il dovere di fare la mia parte. Per questo la politica, per me, non è mai stata un'ambizione personale. È stata, prima di tutto, una passione. Anzi, dirò di più: per me è una missione. Una missione verso la comunità, verso il territorio che rappresento e verso le future generazioni. È probabilmente questa la ragione più semplice e, allo stesso tempo, più profonda per cui ho scelto di impegnarmi nelle istituzioni. Credo profondamente nel concetto di servizio. Le istituzioni non appartengono a chi le occupa temporaneamente: appartengono ai cittadini. Per questo ho sempre pensato che la politica non debba essere vissuta come un privilegio o come una posizione di potere, ma come una responsabilità. La tradizione romana parlava di res publica: la cosa di tutti, il bene comune. È un concetto che sento profondamente mio, perché ci ricorda che ciò che amministriamo non ci appartiene. Lo riceviamo in custodia e abbiamo il dovere di restituirlo, possibilmente migliore di come lo abbiamo trovato. Forse è proprio questa la domanda che dovremmo porci ogni giorno quando ricopriamo un incarico pubblico: Che cosa lasceremo dopo di noi? Mi ha sempre colpito una riflessione di Alcide De Gasperi: "Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alle prossime generazioni. "Credo che questa frase racchiuda il significato più autentico del servizio pubblico. Il nostro compito, infatti, non è semplicemente amministrare il presente. È costruire il futuro. Perché ogni decisione che prendiamo oggi contribuirà a determinare il mondo nel quale vivranno i nostri figli domani. Da madre, questo principio assume per me un significato ancora più profondo. Quando guardo mia figlia penso spesso ai tanti giovani del nostro Paese. Penso alle opportunità che avranno, alla società che troveranno, alla libertà, alla sicurezza e alla speranza che sapremo consegnare loro. È lì che trovo ogni giorno la ragione più profonda del mio impegno. Non nella politica come fine. Ma nella politica come strumento per migliorare concretamente la vita delle persone. Per rendere l'Italia una Nazione più forte senza perdere la propria umanità. Più moderna senza rinunciare alle proprie radici. Più competitiva senza dimenticare la solidarietà, la dignità della persona e la coesione sociale. Credo che libertà, responsabilità, merito, sacrificio e senso del dovere non appartengano al passato, ma rappresentino ancora oggi le fondamenta sulle quali costruire il nostro futuro. Se c'è un obiettivo che dovrebbe guidare ogni amministratore, ogni parlamentare e ogni servitore dello Stato, è proprio questo: lasciare alle future generazioni un'Italia almeno un po' migliore di quella che abbiamo ricevuto. Più libera. Più sicura. Più giusta. Più consapevole delle proprie radici e più fiduciosa nelle proprie capacità. Se un giorno, guardandomi indietro, potrò dire di avere contribuito, anche solo in piccola parte, a lasciare ai nostri figli una Nazione migliore di quella che ho ricevuto, sentirò di avere onorato fino in fondo il mandato che i cittadini mi hanno affidato. Perché, in fondo, credo che il vero significato del servizio pubblico sia proprio questo: custodire la res publica con serietà, umiltà e senso del dovere, lavorando ogni giorno non soltanto per il presente, ma soprattutto per chi verrà dopo di noi.

Che futuro avevano in mente per lei i suoi genitori? Con quali valori è cresciuta?

Vengo da una famiglia molto semplice. Mio padre era ferroviere. Mia madre casalinga. Sono cresciuta in un piccolo paese di appena 350 abitanti, in un'area interna dove la vita non è sempre facile e dove ogni cosa richiede qualche sacrificio in più. È proprio lì, però, che ho imparato i valori che ancora oggi guidano ogni mia scelta: il lavoro, il sacrificio, il rispetto, la parola data e il senso del dovere. Mia madre avrebbe voluto per me tutto ciò che lei non aveva avuto la possibilità di realizzare. Lei e mio padre mi hanno sempre incoraggiata a credere nelle mie capacità, anche quando ero io la prima a dubitare di me stessa. Da bambina ero estremamente timida. Ma dietro quella timidezza c'erano già una grande determinazione, tanta curiosità e anche un pizzico di ostinazione. Del resto, sono del segno dell’Ariete. Se allora qualcuno mi avesse detto che un giorno avrei preso la parola nell'Aula della Camera dei Deputati, probabilmente avrei sorriso incredula. E, a dire il vero, non ci avrei creduto nemmeno io. Avevo però tanti sogni. Ero una bambina romantica e sognatrice. Per un periodo desideravo perfino diventare archeologa e trascorrere le mie giornate tra le rovine dell'antico Egitto. Mi affascinavano la storia, la ricerca e il desiderio di riportare alla luce ciò che il tempo aveva custodito. La vita, come capita a tanti, aveva in serbo per me un percorso diverso: ho perso mia madre quando ero ancora molto giovane. È stato il dolore più grande della mia vita. Da quel momento, insieme a mio padre, mi sono presa cura di mia sorella, una sorella davvero molto speciale, affetta da una grave disabilità. Sono stati anni fatti di responsabilità, rinunce e sacrifici, ma anche una straordinaria scuola di vita. Accanto a lei ho imparato il significato autentico della fragilità, della pazienza e dell'amore incondizionato. Ho imparato che la dignità di una persona non dipende mai da ciò che può fare, ma da ciò che è. Credo che esperienze come queste cambino profondamente una persona. Ti rendono più forte, forse anche più consapevole. Ti insegnano a distinguere ciò che è davvero importante da ciò che è soltanto superficiale. Ti fanno apprezzare molto di più i contenuti, le relazioni sincere e le cose autentiche della vita. La vita, poi, mi ha portata altrove. Ho studiato, ho iniziato a lavorare e ho costruito il mio percorso passo dopo passo, come tante ragazze della mia generazione. Ho lavorato nel settore bancario, un'esperienza che mi ha insegnato il rigore, il senso di responsabilità e il rapporto quotidiano con le persone e con le loro difficoltà. Ogni giorno entravano in filiale famiglie, imprenditori, lavoratori, giovani e pensionati: dietro ogni pratica c'era una storia, un progetto, una preoccupazione o una speranza. Credo che anche questa esperienza mi abbia aiutata a comprendere quanto le decisioni pubbliche incidano concretamente sulla vita delle persone. L'economia, il lavoro, il credito, le imprese e le famiglie non sono concetti astratti: sono la quotidianità di milioni di italiani. La politica è arrivata dopo. Non come un punto di partenza, ma come la naturale prosecuzione di un percorso fatto di studio, lavoro, responsabilità e desiderio di mettermi al servizio della comunità. Ed eccomi qui. Ripensandoci oggi, mi capita spesso di sorridere. Se qualcuno avesse detto a quella bambina timida, cresciuta in un piccolo paese di appena 350 abitanti, che un giorno avrebbe rappresentato il Trentino-Alto Adige alla Camera dei Deputati e avuto l'onore di servire l'Italia nelle istituzioni della Repubblica, probabilmente avrebbe pensato a uno dei suoi tanti sogni impossibili. E invece la vita mi ha insegnato una cosa bellissima: non sempre è importante sapere dove si arriverà. È molto più importante sapere quali valori ci accompagnano durante il cammino. Ma una cosa non è mai cambiata: il desiderio di fare qualcosa di buono e di utile per gli altri. Per questo considero la mia una storia da underdog. Ed è proprio questo il messaggio che mi piace trasmettere ai giovani. Non conta da dove si parte. Conta con quali valori si cresce. Contano il coraggio, il sacrificio, l'umiltà, il senso di responsabilità e la determinazione con cui si affrontano le sfide della vita. Anzi, credo che spesso sia proprio il contesto nel quale cresciamo a diventare la nostra forza più grande. È nelle piccole comunità, nelle famiglie semplici e nelle difficoltà affrontate insieme che impariamo il rispetto, il valore del lavoro, la serietà e il senso del dovere. Sono quelle radici che ci permettono di affrontare con coraggio ogni nuova sfida senza perdere la nostra identità. E forse è proprio questo il più grande insegnamento che mi hanno lasciato i miei genitori: non avere paura di sognare in grande, ma non dimenticare mai da dove vieni.

Se fosse andata male in politica, quale sarebbe stato il suo piano B?

In realtà non ho mai avuto un "piano B", semplicemente perché non ho mai vissuto la politica come una professione, ma una missione portata avanti con passione. Vorrei tanto che i giovani si interessare molto di più di politica perché sono il nostro futuro e prima o poi tutti avremo a che fare in un modo o nell’altro con la politica. E la politica si fa non si subisce! Io poi lavoravo già nel settore bancario e svolgevo un lavoro che mi piaceva. Ho sempre studiato e lavorato molto sia da stacanovista che per aiutare la mia famiglia e dire grazie per avermi permesso di studiare e fare ciò che ho fatto. La politica, in democrazia, è una scelta che appartiene ai cittadini. Gli elettori possono decidere di affidarti una responsabilità oppure no, di rinnovartela oppure ed è giusto che sia così. Se un giorno non dovessi più ricoprire un incarico istituzionale, tornerei serenamente al mio lavoro o chissà proverei un altro lavoro. Di sicuro non rimarrei con le mani in mano o seduta su un divano. Non riesco a stare ferma e poi conoscendomi cambierebbe il luogo in cui posso essere utile, non cambierebbe il desiderio di esserlo.

Com'è arrivata in Fratelli d'Italia?

Per me la politica non è mai stata una questione di convenienza. È sempre stata una questione di coerenza. Provengo da un percorso politico diverso, nata nella lega di Zaia e poi con Fugatti in Trentino, che ringrazio, ma a un certo punto ho sentito che quei valori nei quali avevo creduto stavano progressivamente venendo meno. Sul territorio percepivo un crescente malcontento e la sensazione che alcune scelte stessero allontanando il partito dalle ragioni per cui tanti cittadini avevano deciso di sostenerlo. Ma soprattutto c'era una convinzione che mi accompagnava da sempre. Mi ero sempre detta che non avrei mai potuto governare con il Partito Democratico o con il Movimento 5 Stelle. Prima il Governo giallo-verde e poi il Governo Draghi rappresentarono il momento in cui compresi definitivamente che, per coerenza con i miei valori, il mio percorso doveva cambiare. Sono una persona che può rinunciare a un incarico, ma non alla propria coerenza. Scelsi Fratelli d'Italia quando certamente non era la scelta più semplice né la più conveniente. Lo feci perché ritrovavo in quel partito i valori nei quali avevo sempre creduto: identità, libertà, merito, famiglia, sicurezza, interesse nazionale e rispetto delle istituzioni. Ho sempre ammirato Giorgia Meloni, anche quando militavo in un altro partito. Mi colpivano la sua coerenza, il coraggio di difendere le proprie idee anche quando era difficile farlo e la capacità di non cambiare posizione in base alla convenienza. Da lì ho continuato un percorso costruito con pazienza, ascolto del territorio, presenza costante e tanto lavoro. Un percorso che ha rafforzato una convinzione che porto ancora oggi con me. I partiti possono cambiare. Gli incarichi possono cambiare. Le stagioni politiche possono cambiare. I valori e gli ideali, invece, non possono e non devono mai cambiare. E credo che, in politica come nella vita, la coerenza sia uno dei valori più difficili da custodire, ma anche uno dei più importanti.

Con quali politici di riferimento è cresciuta? Chi sono stati i suoi maestri?

Più che parlare di maestri, parlerei di figure che, in momenti diversi della mia vita, mi hanno ispirata e dalle quali ho cercato di imparare qualcosa. La prima, senza dubbio, è stata Margaret Thatcher. È stata probabilmente la mia più grande fonte di ispirazione politica. Ho sempre visto in lei una donna straordinaria, capace di affermarsi in un mondo profondamente maschile senza mai rinunciare alla propria identità. Mi ha sempre colpito la sua forza, la sua determinazione, il coraggio di assumersi decisioni difficili e la sua straordinaria idea di libertà. Sono cresciuta anch'io in una famiglia dai valori molto solidi, con un'educazione rigorosa, profondamente cattolica, dove il rispetto, il sacrificio, il senso del dovere e la responsabilità erano parte della quotidianità. Forse anche per questo mi sono sempre riconosciuta nel suo carattere. Apparentemente dura, determinata, inflessibile quando era necessario, ma capace di una profonda sensibilità e di una straordinaria umanità. Condividevo e condivido anche la sua visione economica liberale, perché credo che la libertà economica, quando accompagnata dalla responsabilità e dalla tutela delle persone più fragili, rappresenti uno straordinario motore di crescita, di opportunità e di dignità attraverso il lavoro. Se Margaret Thatcher mi ha insegnato il valore della libertà e del coraggio, oggi Giorgia Meloni rappresenta per me la dimostrazione concreta che quei valori possono tradursi in un'azione di governo. L'ho sempre stimata, molto prima di entrare in Fratelli d'Italia. Non è stato il successo elettorale ad avvicinarmi a lei, ma la sua coerenza. Ho sempre ammirato il coraggio con cui ha difeso le proprie idee anche quando era praticamente sola, senza modificarle in funzione della convenienza politica o dei sondaggi. La sua storia personale dimostra che con determinazione, sacrificio, merito e una visione chiara si possono raggiungere traguardi che molti ritenevano impossibili. Per questo credo rappresenti un punto di riferimento non soltanto per tante donne, ma per tutti coloro che nella vita si sentono degli underdog. Per anni una parte della sinistra ha fatto della parità di genere soprattutto una battaglia teorica e ideologica. Giorgia Meloni ha dimostrato, con i fatti, che il modo più alto per affermare il ruolo delle donne non è attraverso le quote o le scorciatoie, ma attraverso il merito, la competenza, il lavoro e la credibilità. È la dimostrazione concreta che una donna può arrivare al vertice delle istituzioni perché riconosciuta dai cittadini per il proprio valore. Ricordo una sua risposta che mi colpì molto, quando Debora Serracchiani sostenne che Fratelli d'Italia volesse le donne "un passo dietro agli uomini". Giorgia replicò con una semplicità disarmante: "Mi guardi, onorevole Serracchiani: le sembra che io stia un passo dietro agli uomini?” In quella frase c'era tutta la forza dell'esempio. Non una rivendicazione, ma la dimostrazione concreta che il merito vale più di qualsiasi slogan. Ma c'è anche un altro aspetto che ho sempre ammirato in lei, forse ancora più importante. La capacità di essere contemporaneamente donna, madre e Presidente del Consiglio, dimostrando che è possibile assumersi le più alte responsabilità istituzionali senza rinunciare al proprio ruolo di madre e senza far mancare affetto, presenza e punti di riferimento a una figlia. So bene, anche per esperienza personale, quanto sia difficile conciliare famiglia e lavoro quando gli impegni sono totalizzanti. Proprio per questo considero il suo esempio ancora più significativo. Dimostra che una donna non deve scegliere tra la propria famiglia e le proprie aspirazioni: può coltivare entrambe con sacrificio, organizzazione e amore. È anche questo che ho sempre apprezzato di Giorgia Meloni: la capacità di trasformare idee e valori in risultati concreti, senza rinunciare alla propria identità. Per me rappresenta la dimostrazione che il coraggio, la coerenza, il merito e la forza delle proprie convinzioni possono davvero cambiare il corso della storia. Infine c'è Alcide De Gasperi: una figura che ho imparato ad approfondire e ad apprezzare sempre di più negli anni, prima in Consiglio provinciale e poi alla Camera dei Deputati, occupandomi di politiche europee. Mi ha sempre colpito il racconto dell'uomo con il cappotto consumato e le toppe ai gomiti, che andò negli Stati Uniti per chiedere sostegno all'Italia del dopoguerra. È l'immagine di uno statista che portava sulle spalle la dignità di un'intera Nazione, mettendo sempre l'interesse del Paese davanti a qualsiasi interesse personale. Approfondendo il suo pensiero, anche recentemente a San Marino, ho imparato ad apprezzarne soprattutto la straordinaria visione europea. Un'Europa costruita non contro le identità nazionali, ma a partire da esse. Un'Europa capace di valorizzare le specificità dei territori e delle autonomie senza perdere di vista il progetto comune. C'è una sua frase che porto spesso con me: "Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alle prossime generazioni”. Credo in conclusione che ogni persona abbia bisogno di esempi da cui prendere ispirazione, ma penso anche che nessuno debba vivere all'ombra di qualcun altro. Le figure di riferimento servono a indicarti una direzione, non a costruire la tua identità. Quella devi costruirtela da solo, ogni giorno, con il lavoro, con la credibilità e con la coerenza. Per questo ho sempre cercato di confrontarmi con persone più preparate di me. Non ho mai avuto paura di dire "non lo so". Al contrario, credo che uno dei più grandi limiti sia pensare di essere arrivati. Ho sempre avuto sete di imparare. Mi piace studiare, ascoltare e confrontarmi con chi può insegnarmi qualcosa. Perché credo che, soprattutto nelle istituzioni, il momento in cui si smette di imparare coincida con il momento in cui si smette di crescere.

Le virtù di un buon politico?

La concretezza. I cittadini non chiedono parole perfette, chiedono risposte credibili. E la credibilità oggi si recupera solo dimostrando che la politica è capace di incidere sulla realtà. Per me essere rappresentante delle istituzioni significa ascoltare, capire i problemi, portarli nei luoghi decisionali e provare a trasformarli in soluzioni. Credo che la buona politica nasca quasi sempre dal territorio. Molti degli atti che ho presentato sono nati dall'ascolto di amministratori, imprese, associazioni, forze dell'ordine e cittadini, da un problema concreto emerso nella realtà quotidiana e dalla volontà di trasformarlo in una soluzione, portandolo fino alle istituzioni nazionali. La politica deve tornare a essere questo: non solo dichiarazione di intenti, ma capacità di seguire un problema fino in fondo. Io ho sempre pensato che un rappresentante delle istituzioni debba assumersi pochi impegni chiari e poi mantenerli fino in fondo. È molto meglio promettere tre cose e realizzarle tutte e tre che prometterne cento e non portarne a termine nessuna. Ma c'è anche un altro aspetto che considero fondamentale: esserci. Essere presenti. Con umiltà. Saper ascoltare e saper parlare la lingua delle persone. Che siano giovani, anziani, imprenditori, artigiani, agricoltori, professionisti o lavoratori. La politica non può vivere soltanto nei palazzi. Deve restare in contatto con la realtà quotidiana delle persone, perché è lì che nascono i problemi ma anche le soluzioni. La politica migliore è quella che produce risultati concreti e misurabili nella vita delle persone. Meno slogan, più responsabilità. Meno distanza, più presenza. Meno burocrazia, più risultati.

La deputata di Fratelli d'Italia Alessia Ambrosi con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni

In questo momento qual è la sua visione della politica italiana?

Credo che oggi i cittadini chiedano una politica più concreta, più seria e più vicina ai problemi reali. Per troppo tempo la politica è stata percepita come il luogo delle promesse e degli slogan. Io penso invece che debba tornare a essere il luogo della responsabilità, delle decisioni e del coraggio. La fiducia non si conquista con gli annunci, ma con i risultati. Governare significa assumersi delle responsabilità e, a volte, avere anche il coraggio di portare avanti scelte difficili o impopolari, quando si è convinti che siano nell'interesse della Nazione e del bene comune. Chi ricopre incarichi pubblici non deve inseguire il consenso del momento, ma avere la capacità di guardare oltre, spiegando con trasparenza le proprie scelte e assumendosene fino in fondo la responsabilità. Credo che questo sia il compito della buona politica: difendere sempre l'interesse nazionale, con determinazione, anche quando è più difficile farlo. Perché rappresentare le istituzioni significa avere il coraggio di difendere la propria Nazione, i suoi cittadini, le sue imprese, il suo lavoro e la sua identità, senza arretrare quando sono in gioco valori e interessi fondamentali. Ma c'è un'altra qualità che considero fondamentale e che troppo spesso viene sottovalutata: la capacità di ascoltare. Fare politica significa prima di tutto saper ascoltare. Ascoltare i sindaci, gli amministratori, gli imprenditori, il mondo del volontariato, le associazioni, i lavoratori, i giovani e gli anziani. Significa essere presenti nei territori, comprendere i bisogni reali delle comunità e trasformarli in proposte e soluzioni concrete. Chi perde il contatto con il territorio rischia inevitabilmente di perdere anche il contatto con la realtà. E quando non si è più capaci di rispondere alle esigenze delle persone, viene meno anche quel rapporto di fiducia che è il fondamento della rappresentanza democratica. Il consenso non si pretende, si conquista ogni giorno con il lavoro, la presenza, l'ascolto e la credibilità. Per questo credo che la politica debba recuperare autorevolezza attraverso il lavoro quotidiano, il confronto costante con i cittadini e la capacità di dare risposte concrete. Perché, alla fine, i cittadini giudicano la politica non per ciò che promette, ma per ciò che realizza.

Violenza e femminicidi: come può difendersi una donna? È favorevole agli psicologi nelle scuole e nelle famiglie?

La violenza contro le donne rappresenta una delle emergenze più gravi della nostra società e va affrontata senza alcuna ambiguità. Lo Stato ha il dovere di proteggere le vittime e di colpire con fermezza chi commette questi reati. In questi anni il Governo Meloni ha rafforzato in modo significativo gli strumenti di prevenzione e tutela, fino a introdurre il reato autonomo di femminicidio. È un segnale importante: davanti a crimini di questa gravità lo Stato deve essere presente, autorevole e inflessibile. La certezza della pena, la rapidità degli interventi e la protezione delle vittime sono principi sui quali non possono esserci tentennamenti. Detto questo, credo che sarebbe un errore pensare che bastino le leggi. Le norme sono indispensabili, ma arrivano quando il male si è già manifestato. La vera sfida è culturale ed educativa. Il rispetto non si insegna con una legge. Si insegna in famiglia. È in famiglia che un bambino impara il valore della persona, il rispetto della donna, il senso del limite, della responsabilità, del sacrificio e della libertà dell'altro. Sono questi i valori che formano cittadini migliori e che rappresentano il primo e più efficace presidio contro ogni forma di violenza. La scuola ha un ruolo fondamentale e deve accompagnare questo percorso educativo, ma non può sostituirsi alla famiglia, che resta il primo luogo in cui si costruisce la personalità di un ragazzo e il primo punto di riferimento affettivo ed educativo. Quanto alla presenza degli psicologi nelle scuole, credo che non ci si debba dividere ideologicamente. Bisogna essere pragmatici. Se uno psicologo può aiutare un ragazzo o una famiglia a intercettare un disagio prima che diventi un problema più grande, ben venga. Ma deve essere uno strumento di supporto, mai un sostituto della famiglia. Credo però che oggi ci sia una sfida ancora più grande. Viviamo in una società in cui passiamo sempre più tempo dietro a uno schermo e sempre meno tempo a guardarci negli occhi. I social network hanno moltiplicato le possibilità di comunicare, ma spesso hanno ridotto la nostra capacità di dialogare davvero. Assistiamo ogni giorno a fenomeni di odio, aggressività e violenza verbale alimentati dai cosiddetti "leoni da tastiera", mentre tanti ragazzi crescono prendendo come modelli influencer, personaggi dei social o artisti che troppo spesso trasmettono esempi sbagliati, fondati sulla sopraffazione, sull'apparenza o sulla mancanza di rispetto. Dopo gli anni del Covid tutto questo è diventato ancora più evidente. Per questo credo che una delle sfide più importanti oggi sia tornare a parlare. Parlare davvero. Tra genitori e figli. Tra insegnanti e studenti. Tra ragazzi. Ascoltare prima di giudicare. Confrontarsi invece di chiudersi dietro uno schermo. Perché nessuna legge e nessun intervento potranno mai sostituire il valore di una famiglia che dialoga, di una comunità che educa e di adulti capaci di essere punti di riferimento. Sono convinta che la risposta più efficace sia quella che tiene insieme valori, famiglia, educazione, prevenzione, sostegno alle vittime e certezza della pena. Perché una società davvero sicura non è soltanto quella che punisce severamente chi sbaglia, ma è soprattutto quella che riesce a trasmettere alle nuove generazioni il rispetto della persona, il valore della libertà, il senso della responsabilità e la centralità della famiglia, che resta il primo e più importante presidio educativo della nostra società.

Quale contributo specifico può portare una donna all'interno delle istituzioni?

Non credo che esista una politica maschile e una politica femminile. Esistono donne e uomini che servono le istituzioni con competenza, passione e senso di responsabilità. Tuttavia è innegabile che molte donne portino nelle istituzioni una particolare capacità di affrontare la complessità, di tenere insieme visione e concretezza, di ascoltare e allo stesso tempo decidere. Margaret Thatcher, una figura che ho sempre guardato con grande interesse, diceva:

"Se vuoi che qualcosa venga detto, chiedilo a un uomo. Se vuoi che qualcosa venga fatto, chiedilo a una donna."

Al di là della sua caratteristica schiettezza, credo che questa frase richiami un tema importante: la capacità di trasformare le idee in risultati concreti. Le donne non chiedono privilegi. Chiedono di poter competere ad armi pari e di essere giudicate per ciò che fanno e per i risultati che ottengono. La vera sfida non è avere più donne in politica perché donne. La vera sfida è creare condizioni nelle quali talento, merito, competenza e determinazione possano emergere indipendentemente dal genere. Credo che Giorgia Meloni rappresenti oggi uno degli esempi più evidenti di questo principio. La sua storia dimostra che quando esistono capacità, determinazione, visione e merito, non esistono ruoli preclusi alle donne. Il messaggio più importante che possiamo trasmettere alle nuove generazioni è proprio questo: non chiedere scorciatoie, ma creare le condizioni affinché ciascuno possa esprimere pienamente il proprio talento, il proprio valore e le proprie capacità, ed essere giudicato non per il genere, ma per ciò che è, per ciò che sa fare e per i risultati che raggiunge.  

Assistenza agli anziani e alle persone con disabilità: si fa abbastanza o si può fare di più?

Quando si parla di disabilità, per me non è mai soltanto un tema politico. È una storia di famiglia. Sono cresciuta accanto a mia sorella Elena, che è una persona con disabilità, e questo mi ha insegnato molto più di qualsiasi libro o esperienza politica. Mi ha insegnato che dietro ogni norma, ogni servizio e ogni scelta amministrativa ci sono persone vere, famiglie vere e difficoltà quotidiane che spesso chi non le vive non riesce nemmeno a immaginare. La disabilità non riguarda mai una sola persona. Coinvolge un'intera famiglia. Coinvolge genitori, fratelli, sorelle, nonni. Cambia l'organizzazione della vita quotidiana, il lavoro, il tempo, le preoccupazioni e, spesso, anche i sogni. Quella che per molti è la normalità – organizzare una giornata, una vacanza, un impegno di lavoro o semplicemente uscire di casa – per tante famiglie diventa ogni giorno una sfida complessa. Proprio perché conosco questa realtà da vicino, ho voluto depositare una proposta di legge per il riconoscimento della figura del caregiver familiare. Perché il caregiver non svolge semplicemente un compito di assistenza: spesso rinuncia a una parte della propria vita, del proprio tempo, del proprio lavoro e delle proprie opportunità per prendersi cura di una persona che ama. È una figura che merita riconoscimento, sostegno e rispetto. Da mia sorella ho imparato una delle lezioni più importanti della mia vita: il valore dell'essenziale. Ho imparato che la dignità di una persona non si misura dalla sua autonomia o dalle sue capacità, ma dal valore che possiede semplicemente in quanto persona. E questo ha inevitabilmente influenzato anche il mio modo di fare politica. Credo che in questi anni il Governo Meloni abbia avviato riforme importanti, penso alla riforma della disabilità e a quella sulla non autosufficienza, che rappresentano passi avanti significativi. Ma sono convinta che si possa e si debba fare ancora di più. Dobbiamo continuare a semplificare la vita delle famiglie, rafforzare i servizi, sostenere concretamente i caregiver, favorire l'inclusione, l'autonomia e il diritto di ogni persona a vivere pienamente la propria vita. Perché la disabilità non è un mondo a parte. Fa parte della nostra società, delle nostre famiglie e della nostra quotidianità. Il compito delle istituzioni non è creare differenze, ma rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone di esprimere pienamente la propria dignità, il proprio talento e il proprio progetto di vita. Forse è proprio questo che mia sorella Elena mi ha insegnato più di ogni altra cosa: dietro ogni persona c'è una storia, una famiglia e una dignità che meritano rispetto. Ed è anche per questo che faccio politica. Per contribuire a costruire una società nella quale nessuno venga definito dai propri limiti, ma riconosciuto per il valore della propria persona. Perché una società davvero civile non si misura da come tratta i più forti, ma da come si prende cura dei più fragili.

Come politica pensa di essere più amata, invidiata o temuta?

Non spetta a me dirlo. Spero di essere soprattutto rispettata. Il consenso va e viene. Le critiche fanno parte della politica e non mi hanno mai spaventata. Quello che mi interessa davvero è essere ricordata come una persona coerente, seria e presente. Vorrei che i cittadini potessero dire: "Quando prende un impegno, lo porta fino in fondo." Per me è questa la forma più importante di credibilità.

Un paio di esperienze politiche di cui va fiera?

Più che di uno o due singoli provvedimenti, sono orgogliosa del metodo con cui ho cercato di fare politica e del lavoro complessivo che ho portato avanti. Molti dei miei atti parlamentari sono nati dall'ascolto delle persone. Interrogazioni, proposte di legge, ordini del giorno, risoluzioni ed emendamenti sono spesso partiti da problemi concreti che mi venivano segnalati non soltanto dal Trentino-Alto Adige, ma da cittadini, famiglie, lavoratori, amministratori, associazioni e imprese di tutto il territorio nazionale. Dietro ogni atto c'è quasi sempre una storia reale: una difficoltà da risolvere, un diritto da tutelare, una battaglia da portare avanti oppure una proposta costruttiva da trasformare in un'iniziativa parlamentare. È questo l'aspetto del mio lavoro che mi rende maggiormente orgogliosa: riuscire a dare voce alle persone e portare le loro richieste dalle piazze, dalle aziende e dai territori fino alle istituzioni della Repubblica. Penso, ad esempio, al lavoro svolto sul Codice antimafia e sul rafforzamento degli strumenti di prevenzione, agli interventi sulla sicurezza e sulla legalità, alla tutela delle famiglie e delle persone più fragili, al sostegno alle imprese agricole, artigiane e manifatturiere, ai temi del lavoro e della sicurezza sul lavoro, fino alle iniziative sull'energia, sull'innovazione, sull'intelligenza artificiale e sulla competitività del nostro sistema produttivo. Sono molto orgogliosa anche del lavoro svolto sul piano internazionale, sia attraverso il mio incarico di Vicepresidente dell'Unione Interparlamentare Italiana sia come Presidente della Sezione bilaterale di amicizia Italia-Iran. Tra le esperienze che porto maggiormente nel cuore c'è certamente il mio impegno a sostegno del popolo iraniano nella sua battaglia per la libertà, la democrazia e i diritti fondamentali. In questo percorso ho costruito un rapporto di dialogo e confronto con il principe Reza Pahlavi, erede dell'ultimo Shah di Persia, convinta che la comunità internazionale non possa rimanere indifferente davanti alle violazioni dei diritti umani e alle legittime aspirazioni di milioni di iraniani. Ricordo con particolare emozione il mio intervento in inglese e in persiano a Monaco di Baviera davanti a circa 300.000 persone, provenienti da ogni parte del mondo per chiedere un Iran libero. Quando sono salita su quel palco ho sentito tutta la responsabilità e l'onore di rappresentare l'Italia. Davanti a me c'era un mare di persone che guardava con speranza al futuro del proprio Paese e, in quel momento, ho capito ancora di più quanto possa essere importante la voce di una Nazione libera. Ho scelto di tenere il mio intervento in inglese, perché il messaggio dell'Italia potesse arrivare a tutti i presenti e alla comunità internazionale. Ma il momento che porto più nel cuore è stato quello finale. Ho concluso pronunciando alcune parole in lingua persiana, per trasmettere maggiormente la mia vicinanza. Appena le ho dette, da quella piazza immensa è arrivata una risposta corale. Centinaia di migliaia di persone hanno risposto insieme alle mie parole. È stato un momento straordinario, difficile da raccontare. Ho provato un'emozione fortissima. In quell'istante non mi sono sentita semplicemente una parlamentare italiana: ho sentito tutto il privilegio e tutta la responsabilità di rappresentare la mia Nazione davanti a un popolo che chiedeva libertà, democrazia e rispetto dei diritti umani. Sono immagini e sensazioni che porterò con me per tutta la vita. Accanto a questo impegno, ho lavorato per rafforzare le relazioni internazionali dell'Italia, promuovendo il dialogo politico, istituzionale ed economico con numerosi Paesi. Penso al lavoro portato avanti con il Senegal, il Marocco, il Libano e il Venezuela, Romania, Austria, Repubblica di San Marino, Brasile, ma anche alle relazioni costruite con altri Paesi dell'area mediterranea, africana, mediorientale e latinoamericana. In questi rapporti ho sempre cercato di unire la dimensione politica e diplomatica a quella economica, creando opportunità di confronto tra istituzioni, imprese e territori. Un'attenzione particolare è stata dedicata ai progetti coerenti con il Piano Mattei per l'Africa, che considero una delle iniziative strategiche più importanti per il futuro dell'Italia e del continente africano. Ho sostenuto iniziative legate all'internazionalizzazione delle imprese italiane, all'agrivoltaico, all'energia, all'agricoltura, alle infrastrutture, alla formazione professionale e all'innovazione tecnologica, con la convinzione che la cooperazione internazionale debba creare sviluppo reciproco e nuove opportunità sia per i Paesi partner sia per il nostro sistema produttivo. Credo profondamente nell'internazionalizzazione delle nostre imprese, soprattutto delle piccole e medie aziende che rappresentano il cuore dell'economia italiana. Anche la diplomazia parlamentare può contribuire ad aprire nuovi mercati, creare relazioni solide e accompagnare nel mondo il talento, la qualità e il saper fare italiano. Ma, se devo dire ciò che mi rende davvero orgogliosa, non è un singolo incarico né un singolo provvedimento. È sapere di aver cercato ogni giorno di costruire un ponte tra i cittadini, il Parlamento e il mondo. Per me fare politica significa ascoltare le persone, studiare i problemi, trasformarli in atti concreti e, quando serve, rappresentare l'Italia anche oltre i suoi confini, con la consapevolezza che ogni parola pronunciata e ogni scelta compiuta parlano della credibilità della nostra Nazione. È questo il modo in cui ho sempre interpretato il mio mandato parlamentare.

Come vede l'operato della Meloni?

Credo che Giorgia Meloni abbia dimostrato una qualità fondamentale: la coerenza. Ha affrontato anni molto difficili senza rinunciare ai propri valori e oggi sta governando con serietà, credibilità internazionale e capacità di assumersi responsabilità che altri, spesso, hanno preferito rinviare. Naturalmente ogni governo può essere migliorato, ma credo che oggi l'Italia abbia ritrovato autorevolezza in Europa e nel mondo, una maggiore stabilità e una visione più chiara dell'interesse nazionale. È un governo forte e autorevole che affronta i problemi senza nasconderli sotto il tappeto.

Un paio di qualità della Meloni che vorrebbe avere?

La prima è certamente la capacità di mantenere la rotta. Anche nei momenti più difficili non ha mai smesso di credere nelle proprie idee. La seconda è la straordinaria capacità di comunicare. Riesce a parlare contemporaneamente alle istituzioni internazionali e alle persone comuni, senza perdere autenticità. E poi ammiro molto la sua energia, la sua capacità di affrontare responsabilità enormi continuando a essere, prima di tutto, una madre.

Le sue prossime sfide? Le sue priorità?

Non ho mai vissuto la politica come una corsa agli incarichi. Ho sempre pensato che la vera sfida fosse essere utile. In questi anni non ho mai chiesto a una persona che mi sottoponeva un problema per chi avesse votato o a quale partito appartenesse. Quando qualcuno si è rivolto a me con una richiesta, ho sempre cercato di ascoltarlo e di fare tutto ciò che era nelle mie possibilità per aiutarlo. Credo che sia questo il modo più autentico di interpretare il ruolo di un parlamentare. Siamo eletti in un territorio, che è la nostra casa e dal quale nasce il nostro mandato, ma una volta entrati nelle istituzioni abbiamo il dovere di rappresentare e lavorare per l'intera Nazione. Per questo ho sempre cercato di mantenere uno sguardo doppio: da una parte l'attenzione costante al mio territorio, dall'altra la consapevolezza che ogni scelta parlamentare ha effetti sull'Italia intera. Molti dei temi di cui mi sono occupata sono nati proprio dall'ascolto del territorio: il turismo, le aree interne e di montagna, la sicurezza, la disabilità, il PNRR, le imprese, l'agricoltura, le infrastrutture, il lavoro. Ma ogni volta che mi è stato sottoposto un problema concreto, indipendentemente dall'ambito o dalla provenienza, ho cercato di affrontarlo con lo stesso impegno. Vorrei continuare a lavorare esattamente così: ascoltando, studiando e cercando soluzioni concrete. Perché credo che la politica debba essere capace di unire visione e pragmatismo. Avere una direzione chiara, ma senza perdere il contatto con la realtà. E se dovessi indicare una vera priorità, direi questa: continuare a meritare la fiducia delle persone, dimostrando ogni giorno, con il lavoro e con i risultati, che la politica può ancora essere uno strumento credibile al servizio della comunità.

Lei ha una figlia. Se un giorno volesse fare politica, cosa le consiglierebbe?

Le direi, innanzitutto, di studiare. Di non smettere mai di essere curiosa. Le direi di leggere, viaggiare, ascoltare, confrontarsi anche con chi la pensa diversamente, perché è proprio dal confronto che si cresce. Le direi di non smettere mai di sognare e di credere nei propri sogni, anche quando sembrano troppo grandi o quando qualcuno le dirà che sono impossibili. Se c'è una cosa che ho imparato nella mia vita è che spesso i limiti sono quelli che gli altri provano a mettere davanti a noi, non quelli che abbiamo davvero. Le direi di avere sempre sete di imparare, di conoscere e di ascoltare. Di non pensare mai di essere arrivata, perché il giorno in cui crediamo di sapere già tutto è anche il giorno in cui smettiamo di crescere. Se un giorno deciderà di fare politica, le dirò di farla solo se sentirà che è una missione, e non un'ambizione personale. Perché la politica non è un mestiere qualsiasi: è un servizio. E il servizio richiede sacrificio, studio, umiltà e una grande assunzione di responsabilità. Le dirò di non cercare mai scorciatoie e di non rinunciare mai ai propri valori per ottenere un consenso in più. Gli incarichi passano, la credibilità resta. Le dirò di avere il coraggio di scegliere sempre la strada più difficile, se è quella giusta. Di essere libera nel pensiero, nelle decisioni e nelle proprie idee. Di non avere paura di andare controcorrente quando la coscienza le dice che è la cosa giusta da fare. E, soprattutto, le direi di ricordarsi sempre una cosa: il successo non si misura dai ruoli che si ricoprono, ma dal bene che si riesce a fare agli altri. Se un giorno deciderà di fare politica, spero che lo faccia con questo spirito. Ma, qualunque sarà la sua strada, il mio augurio sarà sempre lo stesso: essere una donna libera, curiosa, coraggiosa, capace di sognare e di costruire il proprio futuro senza mai perdere i valori con cui è cresciuta.