Antonio Padellaro (giornalista e scrittore)           Roma 21.8.2026

                            Intervista di Gianfranco Gramola

“Ho vissuto nel momento migliore del giornalismo in cui i giornali erano molto diffusi, molto popolari e di aver avuto una famiglia che mi ha sempre sostenuto, mia moglie prima di tutti”

 

Antonio Padellaro, giornalista professionista dal 1968, è nato a Roma il 29 giugno 1946. E’ stato responsabile della redazione romana del Corriere della sera, vicedirettore de L’Espresso, direttore de L’Unità e, dall’estate 2009, direttore de Il Fatto Quotidiano. Ha scritto diversi libri (Non aprite agli assassiniSenza cuoreSolo la verità, lo giuro, Io gioco pulito, Il Fatto personale e Quando eravamo felici), ha sempre tifato Roma e si è sempre battuto per la libertà di stampa. E continuerà a farlo.

Intervista 

Com’è nata la sua passione per il giornalismo? Aveva qualche giornalista in famiglia?

E’ nata semplicemente perché mio padre che era un severo burocrate della Presidenza del Consiglio, direttore generale, mi “raccomandò” a Sergio Lepri, che era direttore dell’ANSA ed entrai facendo il tirocinio per imparare qualcosa del giornalismo, doveva durare pochi mesi, invece è durata tutta la vita.

Con quali giornalisti di riferimento è cresciuto, chi sono stati i suoi maestri?

Sono cresciuto con Indro Montanelli, con Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Giampaolo Pansa, Enzo Biagi, Claudio Rinaldi direttore dell’Espresso e sostanzialmente questi sono stati i giornalisti di riferimento con cui sono cresciuto.

Come ricorda la gavetta?

La ricordo all’inizio molto male, perché mi sembrava tutto noioso. Uno dei miei primi incarichi era quello nella sala stampa di palazzo Chigi. Dovevo mandare all’Ansa le note “Ore 10.27 comincia la riunione del Consiglio dei Ministri”. “Ore 13.47 finita la riunione del Consiglio dei Ministri”. Non era un gran lavoro giornalistico. Poi dopo, strada facendo, ho cominciato ad amare in maniera profonda questo mestiere.

Le doti di un bravo giornalista?

La curiosità, non annoiare il prossimo, cioè quando scrivi, se ti annoi tu, butta quello che hai scritto perché annoierai mille volte di più chi legge. Il nostro scopo è quello di fare in modo che il lettore vada avanti nella lettura e non si fermi al primo capoverso. L’altro aspetto che bisogna tener presente è un uso appropriato e corretto dell’uso della lingua italiana.

Nel giornalismo lavorano molte donne. Che sia un altro passo verso la parità?

Se la sono conquistata. Diciamo che viene vista dai direttori dei giornali come necessaria. Le donne nei giornali, in base alla mia esperienza, portano un contributo di passione, di serietà, di attenzione, di cura che spesso gli uomini non hanno. Quindi non è una parità in qualche modo concessa, è una parità che dobbiamo accogliere come un grande favore perché fa crescere la qualità del nostro mestiere.

Com’è cambiato il modo di fare giornalismo negli anni?

Sostanzialmente è rimasto sempre lo stesso, nel senso che l’anima del giornalismo sono i fatti. Purtroppo negli ultimi tempi i commenti, le opinioni hanno preso il sopravvento sui fatti. Addirittura siamo arrivati al paradosso che mancando il giornalismo di fatti, di racconti, di realtà e se vogliamo di scoop, i giornalisti sono diventati essi stessi notizia, guarda il caso Ranucci o di altri.  Allora vuol dire che c’è qualcosa che non va. Noi siamo degli strumenti tra la notizia e il pubblico, infatti si parla di media. I media sono un ruolo di mediazione e il nostro compito deve essere di raccontare, di spiegare, di far capire, di far leggere, interessare, non di fare i protagonisti. Questo il pubblico non ce lo chiede. Il nostro mestiere è un mestiere serio se fatto in maniera seria.

Lei come giornalista pensa di essere temuto, amato o invidiato?

Temuto non credo assolutamente. Amato forse dalle persone che mi vogliono bene e mi apprezzano e che sono intorno a me. Mia moglie purtroppo non c’è più. Invidiato forse si, perché mi considero un privilegiato, cioè di aver avuto molta fortuna nella mia storia professionale, nell’aver avuto grandi maestri. Di essere vissuto nel momento migliore del giornalismo in cui i giornali erano molto diffusi, molto popolari e di aver avuto una famiglia che mi ha sempre sostenuto, mia moglie prima di tutti. Di essere invidiato quindi lo capisco.

Lei è mai stato censurato?

No. Quando mi occupavo in maniera seria di questioni politiche ho incontrato politici di tutti i generi che volevano che io scrivessi questo o quello, ma non è stato mai un grande problema. Poi penso che lavorare con la schiena dritta sia la prima regola.

Una sua ossessione professionale?

Di cercare di imitare quelli che scrivono meglio di me. cercare di capire qual è la tecnica, il segreto di una scrittura più brillante, più affascinante della mia. In questo per esempio, tra i miei maestri dovrei ricordare Gianpaolo Pansa, che ha rinnovato completamente la narrazione della politica, diventando maestro assoluto. Io cercavo di cogliere i segreti della sua scrittura, ma mi rendevo conto che era un po’ come la formula della coca cola che nessuno conosce e che è difficile da ricostruire. Gianpaolo è stata quella di scrivere bene come lui, non ci sono riuscito anche perché in questo mestiere occorre anche il talento e in certi casi addirittura virtuosismo.  

Lei ha conosciuto tantissimi giornalisti. Che ricordo ha di Furio Colombo?

Furio Colombo non è stato solo un grande amico, ma anche una guida. Il mio ricordo è all’Unità, quando fummo chiamati, lui come direttore e io come condirettore per risollevare le sorti di quel glorioso giornale che era l’Unità, che aveva chiuso i battenti, che cercava faticosamente di riprendere. L’esperienza che ho vissuto con lui negli anni è stata una lezione straordinaria per la sua cultura, per la sua intelligenza, per il fatto che ha vissuto una vita fantastica, ha conosciuto tutti i grandi personaggi e soprattutto per la sua onestà intellettuale. Furio mi manca e penso che manchi molto al giornalismo italiano. 

Lei ha scritto parecchi libri. Fra questi mi ha colpito molto il suo libro “Quando eravamo felici”. Come è nata l’idea e qual è il messaggio che vuole far passare?

Il messaggio sostanzialmente è in una parola che a me piace molto ed è “restituzione”. Io in questo racconto ho voluto restituire a Paola, la donna con cui ho vissuto una intera vita, lei aveva 14 anni e io 16 quando eravamo fidanzatini, l’amore e il sostegno che mi ha dato per andare avanti in questa professione. Poi lei voleva che io raccontassi gli anni belli dell’Italia. Io ho preso l’estate del 1962, una estate magica anche perché eravamo giovanissimi e perché succedevano delle cose molto belle, era un paese ottimista, positivo, un paese proiettato in avanti, un paese invidiato. Ho preso quell’estate per raccontare un’epoca d’oro, oggi viviamo un’epoca diversa, un’epoca triste, pessimista, dove si parla solo delle cose che non vanno. Ho voluto in qualche modo tornare al passato e farlo conoscere soprattutto ai giovani perché forse può tornare ad essere quel paese tutto sommato ottimista com’era. E questo l’ho raccontato a Paola, lei era molto divertita e molto interessata a quello che raccontavo e voleva che scrivessi questo libro e quando lei qualche mese fa è volata via, ho deciso che dovevo scrivere questo libro e portarlo in giro per l’Italia perché si parlasse del libro, ma anche di questo amore durato tutta la vita.

Ad un ragazzo che si avvicina al giornalismo, che consigli vorrebbe dare?

Di non accettare consigli (risata). Ti racconto una cosa, Gianfranco. Uno dei premi Pulitzer più importanti del passato fu dato alla scuola di giornalismo di non so quale stato americano, perché questi ragazzi della scuola di giornalismo avevano scoperto e avevano lavorato su una condanna a morte ingiusta che fu subita da un innocente. Loro erano riusciti a far riaprire il processo. Questo cosa ci dice? Ci dice che nel giornalismo non devi fare chissà che cosa. Anche dietro casa tua c’è una storia, c’è un personaggio, c’è una vicenda interessante non solo per te ma anche per chi legge. Raccontala. Non c’è bisogno di attraversare l’oceano o di andare a Montecitorio e frequentare chissà chi. Se tu ragazzo hai la passione per questo mestiere, comincia a raccontare quelle che possono sembrare delle piccole storie che hai intorno e che invece possono essere storie molto interessanti. Quei ragazzi si appassionarono alla condanna subita da quel personaggio e lavorandoci sopra, fecero in modo che il processo fosse riaperto. E vinsero il Pulitzer, il premio più prestigioso.