Giancarlo Antognoni (ex calciatore)
Firenze 27.9.2026
Intervista di Gianfranco
Gramola
“Sull’aiuto psicologico per i calciatori sono
d’accordo perché adesso il calcio è diventato troppo pressante e quindi c’è
bisogno di persone qualificate che ti guidino in un certo modo”

Giancarlo
Antognoni nasce a Marsciano il 1º aprile del 1954. Giancarlo muove i primi passi
da calciatore nei primi anni ’70. Il Torino lo acquista giovanissimo e lo manda
a giocare in una rappresentativa giovanile militante nel campionato di Serie D.
Resta lì per due anni, dal 1970 al 1972, prima di fare il vero e proprio salto
di qualità. Giancarlo Antognoni approda alla Fiorentina, è acquistato dalla
presidenza per circa 435 milioni di vecchie lire. Giancarlo cresce nel mito di
Gianni Rivera
al Milan, a cui tenta di ispirarsi calcisticamente. L’esordio in Serie A avviene
ufficialmente il 15 ottobre del 1972. E’ 2-1 a Verona e subito fioccano i primi
elogi e i primi accostamenti eccellenti. Per un decennio e oltre veste la maglia
della Fiorentina, divenendo un autentico pilastro di quella squadra. Nella
stagione 1974/75 conduce la sua viola alla conquista della Coppa Italia.
La stagione 1981/82
lascia un amaro in bocca difficile da digerire ancora oggi. Quello scudetto
perso all’ultima giornata a vantaggio dei rivali della Juve è una ferita ancora
aperta che fatica a rimarginarsi.
La carriera di Giancarlo Antognoni è
costernata di infortuni traumatici che ne hanno minato, in parte, il talento di
cui disponeva. Si ricorda, in particolare, una frattura alle ossa craniche
subita dopo uno scontro di gioco con il portiere del Genoa, Silvano Martina,
durante un match di campionato del novembre 1981. Per un momento si ferma
persino il cuore e le cure sono più delicate del previsto. Si riprende con
tenacia e determinazione da questa brutta esperienza, ma tre anni dopo rivive un
altro incubo, fratturandosi tibia e perone dopo uno scontro di gioco con un
giocatore della Sampdoria.
L’ultimo gol ufficiale lo
segna all’Empoli nell’aprile del 1987.
L’ultimo squillo di tromba prima di lasciare definitivamente Firenze, la sua
seconda casa.
Giancarlo Antognoni dopo 15 anni di
viola approda agli svizzeri del Losanna. Disputa due stagioni con gli svizzeri,
con 7 reti in 51 presenze. Dà l’addio al calcio il 25 aprile 1989.
Giancarlo
Antognoni in Nazionale
Con la maglia
della Nazionale italiana Antognoni mostra un feeling positivo sin dai primi
momenti. L’esordio ufficiale in Olanda nel 1974. Quattro anni dopo partecipa da
protagonista ai Mondiali del 1978 in Argentina, chiusi al quarto posto. Un ruolo
consolidato agli Europei del 1980. L’Italia si ritrova al centro del campo una
rivelazione, ma non troppo. Gli anni alla Fiorentina ne hanno rafforzato la
leadership e le capacità tecniche, facendole trasparire anche sul fronte
Nazionale.
Gioca con la
Nazionale ben 73 presenze, dove ha realizzato 7 reti totali.
Ha detto:
- Sono stato vicino alla
Roma. È successo nel 1980, ma alla fine ho fatto una scelta diversa, nonostante
mia moglie Rita, che essendo romana cercava di convincermi.
- Sono orgoglioso di non
aver mai abbandonato la città e oggi la gente mi ripaga per questa scelta. Però
erano altri tempi, i giocatori erano più vincolati alle società. Per questo oggi
non me la sento di condannare chi sceglie in maniera diversa.
- Il calcio mi ha dato tanto, la notorietà, i soldi,
gli affetti. Ho una bellissima famiglia che sento sempre vicina e mi ha
sostenuto nei momenti di difficoltà.
- A livello tecnico e di fantasia, l'unico ad essersi
avvicinato a Maradona è Lionel Messi.
Curiosità
Detiene il record di presenze in Serie A con la maglia
della Fiorentina (341 partite) ed è il giocatore viola con più presenze in
Nazionale (73 gettoni).
Il celebre soprannome di Giancarlo Antognoni, «il
ragazzo che gioca guardando le stelle», nacque durante una storica radiocronaca
del celebre giornalista Sandro Ciotti in occasione del suo esordio in Serie A
con la maglia della Fiorentina il 15 ottobre 1972 contro il Verona.
Vive da sempre a Firenze, città in cui ha stabilito la
sua vita e la sua famiglia.
Intervista
E’ uscito il tuo libro “Una vita da dieci. La mia
storia tra la Viola e l’Azzurro”. Cosa ti ha spinto a raccontarti? E’ stata
un’esigenza personale?
L’ho fatto per il centenario della Fiorentina, per i
miei tifosi e ho voluto ricordare la mia carriera, anche se la conoscono un po’
tutti. Diciamo che è un riassunto di tutta la mia vita calcistica e
professionale sotto altri aspetti.
Nella tua carriera hai detto tanti “no” a molte
squadre. Con il senno di poi, ti sei pentito?
Ho detto dei “no” perché credo che in quel momento era
meglio fare così. Poi è chiaro che nella vita non bisogna mai avere dei
rimpianti di quello che hai fatto perché chiaramente bisogna vivere i momenti e
poi decidere. Devo dire che alla fine ho deciso bene perché ormai è una vita che
ho smesso di giocare però a Firenze sono sempre ricordato con grande affetto
proprio per questo motivo. Forse l’unico rimpianto è quello di non
aver mai dato uno scudetto a Firenze.

Sandro Ciotti in una telecronaca apprezzò molto la tua
eleganza e il tuo modo di giocare. Quando hai capito di essere diventato una
leggenda del calcio italiano?
Una leggenda è un parolone Gianfranco, però quando ho
iniziato a giocare dopo la prima partita in serie A, ho capito che poteva
diventare la mia professione. Arrivare a giocare in serie A, a soli 18 anni, e a
20 in Nazionale, lì già capisci che effettivamente vali qualcosa. Uno diventa
leggenda forse alla fine della carriera, grazie anche alle scelte che ha fatto
di rimanere sempre nella stessa squadra e quello può aver fatto capire una
novità che oggi forse non si potrebbe avverare.
Hai fatto come Francesco Totti.
Esatto, come Totti, Del Piero e Maldini. Giocatori che
oggi difficilmente riesci a trovare da anni nella stessa squadra.
La nostra Nazionale sta attraversando un periodo nero.
Cosa c’è da fare?
All’inizio di questo percorso di rientro è difficile
ottenere un buon risultato. Ci vorrà un po’ di tempo per poter arrivare ad
essere la Nazionale del passato. Non è facile perché non ci sono tanti giocatori
talentuosi che emergono, perché ci sono troppi stranieri che giocano nelle
nostre squadre e quindi abbiamo poco materiale a disposizione. Nonostante le
nazionali giovanili facciano bene, però bisogna aspettare un pochino per
ottenere dei risultati soddisfacenti.
A quali allenatori eri più legato?
Un po’ tutti perché ovviamente ognuno mi ha dato e
insegnato qualcosa di positivo. E’ chiaro che Liedholm rimane quello che mi ha
fatto esordire in serie A, Bearzot e Bernardini sono quelli che mi hanno fatto
esordire in Nazionale e poi de Sisti che ho avuto come allenatore e anche come
giocatore. Questi sono gli allenatori che ricordo con più affetto, con maggior
enfasi, poi dopo è chiaro che gli altri mi hanno sempre agevolato.
Un tuo ricordo di Paolo Rossi?
Paolo, nonostante non abbiamo mai giocato insieme, era
un toscano molto simpatico, un bravo ragazzo, sempre sorridente. Ho un ricordo
affettivo nei suoi confronti, poi come giocatore praticamente ci ha fatto
vincere il mondiale, perché quando si è svegliato Paolo con i suoi gol abbiamo
vinto il mondiale e ci ha permesso di arrivare sul tetto del mondo. Poi è stato
capocannoniere di quel mondiale.
Credi nell’aiuto psicologico per i calciatori, per gli
sportivi in generale?
Si, adesso il calcio è diventato troppo pressante e
quindi c’è bisogno di persone qualificate che ti guidino in un certo modo. Il
giocatore è cambiato, è diventato proprietario di sé stesso e quindi deve
gestirsi un po’ da solo. Penso che i giocatori di oggi abbiamo un po’ questa
prerogativa, quindi a volte hanno bisogno di qualcuno che li consigli nel modo
giusto sia comportamentale in campo e anche fuori e quindi è chiaro che devi
abbinare le due situazioni.
Quando giocavi a calcio seguivi una dieta particolare
o mangiavi di tutto?
Oggi nelle squadre hanno un nutrizionista. Noi non
seguivamo una dieta, ma l’abitudine di mangiare sempre cose sane, buone e
leggere, altrimenti quando vai a fare l’allenamento fai fatica perché hai la
pancia pesante (risata). Non è che puoi mangiare la matriciana prima di andare a
fare l’allenamento. Quindi pasta al pomodoro, risotto, carne quando ce n’era
bisogno. Oggi invece c’è il nutrizionista che ti guida e ti consiglia un po’.
Sono cambiati i tempi Gianfranco, però lo spirito rimane sempre lo stesso.

Oltre al calcio segui altri sport?
Momentaneamente no, nel momento in cui ho smesso di
giocare faccio un po’ di tennis e corsa. L’età è avanzata e cerco di fare sport
più tranquilli e ultimamente mi sono dedicato al golf che secondo me rimane per
la mia età, lo sport primario. Poi faccio un po’ di palestra per tenere un po’
la muscolatura. Altri sport non li faccio, perché sono un po’ invasivi sulle
articolazioni.
Non segui nessun sport in televisione?
In tv li seguo tutti gli sport, il calcio è primario,
però pallavolo, golf, il tennis anche perché abbiamo un campione mondiale come
Sinner.
Ad un ragazzo che si avvicina al calcio, che consigli
dai?
Innanzitutto lo sport fa bene in qualsiasi modo lo si
fa, poi è chiaro che ognuno deve metterci tanta passione e soprattutto deve
divertirsi. Dopo arrivi ad una certa età e devi un po’ scegliere, però lo sport
rimane sempre aggregante, a prescindere da uno che diventa calciatore, tennista
o altre cose. Lo sport deve far parte della propria vita, perché è tutta salute.
Una curiosità. E’ vero che hai un tatuaggio sul
braccio di Maradona?
No, ho il tatuaggio del numero 10 di Maradona. L’ho
preso dalla sua maglia.