Roberto Chevalier (attore e doppiatore)            Roma 25.1.2025

                            Intervista di Gianfranco Gramola

"Le mie ambizioni? Voglio continuare a fare onestamente il mio lavoro. Come diceva il filosofo Platone: “Qual è la morale del ciabattino? Fare bene le ciabatte, non farle e basta”. E io a quella morale mi attengo"

 

Roberto Chevalier Di Miceli è nato a Roma il 14 maggio 1952. Attivo sin dall'età di 5 anni nel cinema e soprattutto in televisione, a 9 anni diede la voce a Lucky nel lungometraggio della Walt Disney La carica dei cento e uno e a 13 anni divenne noto al grande pubblico impersonando il giovane David Copperfield nell'omonimo sceneggiato televisivo della Rai. Ha recitato in diversi spettacoli in collaborazione con il Teatro Ghione di Roma e ha lavorato, fra gli altri, con Giorgio Strehler.  Ha doppiato molti attori internazionali, tra cui Tom Cruise in quasi tutte le interpretazioni, Tom Hanks, Andy García, Dennis Quaid, John Travolta, Kurt Russell e molti altri. Chevalier cominciò a doppiare Tom Cruise nel 1986 con Top Gun. Chevalier è anche direttore di doppiaggio e dialoghista di tanti film e serie tv, tra cui CSI - Scena del crimine, CSI: Miami e CSI: NY e ha partecipato, come attore, alla terza e alla quarta stagione di Distretto di Polizia. È stato direttore di doppiaggio di circa 400 film, tra i quali Moulin Rouge!, La cena dei cretini, Ma mère, L'apparenza inganna, Juno, Transamerica, Little Miss Sunshine, The Core, Blade e Il grande match. Nel luglio 2006 ha vinto il premio Leggio d'oro per la miglior interpretazione maschile dell'anno per il doppiaggio di Tom Hanks ne Il codice da Vinci, e numerosi altri premi.

Intervista

Ho letto che hai iniziato molto presto nel cinema, a soli 5 anni. Quando hai capito che fare l’attore sarebbe stato il tuo lavoro?

L’ho capito strada facendo, perché Mauro Bolognini che era il regista del mio primo film, disse a mia madre di fare un provino per la televisione. Feci il provino e Mario Landi, che era nella commissione, mi chiamò subito, e poi, quando si trova un bambino bravo, che funziona, si sparge la voce e così cominciarono a chiamarmi da tutte le parti e mi trovai quindi in un meccanismo che poi è diventato la mia professione.

I tuoi genitori ti hanno incoraggiato?

Si, mi hanno incoraggiato e sostenuto.

Hai lavorato con Giorgio Strehler. Che ricordi hai di lui?

E’ stato un grande maestro, un grande uomo, un genio. Solo stare vicino a lui respiravi aria di genialità. Ma anche quando parlava normalmente era sempre un uomo acuto, attento, preciso. Lui diceva sempre: “C’è un solo modo di dire le battute …. bene”. (risata)

Cinema, teatro e televisione. In quale di questi ambienti pensi di dare il meglio e ti senti più a tuo agio?

Io avrei voluto continuare con il teatro, sempre e solo il teatro con Strehler, che era di casa al Piccolo di Milano. Poi ho lasciato per motivi famigliari, mio padre è morto mentre ero in tournée, mia madre ha avuto un cancro e ha dovuto fare un sacco di operazioni. Mio figlio era piccolo e io ho scelto gli affetti piuttosto che la carriera, le operazioni di mia madre, crescere i miei figli, stare qui a Roma continuando a fare teatro con Ileana Ghione che era stata mia madre nel David Copperfield continuando così la mia grande passione per il teatro. Solo che però facendo teatro la sera, e il doppiaggio il giorno dopo era troppo faticoso, anche se ero un trentenne. Allora ho deciso di abbandonare il teatro e dedicarmi anima e corpo al doppiaggio che era quello che mi permetteva di stare a Roma e quindi vicino alla mia  famiglia. Comunque nella mia vita ho sempre puntato all’eccellenza, quindi avendo dovuto rinunciare a teatro sono diventato molto bravo nel doppiaggio. Mi ha fatto pure commendatore il Presidente Mattarella per meriti artistici, per cui non mi posso certo lamentare.

Parlando di doppiaggio mi viene in mente Ferruccio Amendola, il papà dell’attore Claudio. L’hai conosciuto?

Come no? Abbiamo lavorato tantissimo insieme, abbiamo fatto “Rain Man”, quando lui doppiava Dustin Hoffman. Lui come direttore mi aveva scelto per  “Tango a Cash” dove io doppiavo Kurt Russell e lui Sylvester Stallone. Era un uomo di grande talento sia come attore che doppiatore.

Ma doppiatori si nasce o alla base ci deve essere del talento e della predisposizione?

Il doppiaggio è una specializzazione dell’attore, quindi non conta avere una bella voce perché c’è una voce per ogni attore che sta sullo schermo. L’importante è saper recitare, saper acquisire le cognizioni tecniche e sapersi immedesimare in quello che l’attore sullo schermo sta facendo in quel momento e tu devi rifare fedelmente, quindi ci vuole una grande empatia e una grande sensibilità artistica ed emotiva.  

C’è un personaggio che hai doppiato a cui sei molto affezionato?

A parte Tom Cruise, Andy Garcia, Dennis Quaid e Tom Hanks, il personaggio a cui sono molto legato è Philip Seymour Hoffman che ho doppiato in “Truman Capote – a sangue freddo”. A parte i premi che ho vinto per quel doppiaggio, è stata un’interpretazione al di fuori dei miei canoni interpretativi abituali, perché era un gay, con dei difetti di pronuncia, con una voce chioccia, uno spessore drammatico e contorto dentro nell’anima, per cui è stata una bella sfida da portare a termine, che ho vinto e questo mi ha fatto molto piacere.

Ho visto una foto in cui sei con Tom Cruise. In quale occasione l’hai conosciuto?

L’ho incontrato tante volte. La prima volta è stato nel 1994 alla prima del film  “Intervista con il vampiro” dove mi ha fatto una bella dedica sul programma. Poi ci siamo visti tante volte alle prime dei suoi film, per esempio nel 2000 a Taormina. Io ho preso il nastro d’argento per averlo doppiato e lui l’ha preso alla carriera e insieme abbiamo presentato il secondo Mission Impossible. Poi l’ho rivisto a Roma in occasione di altri suoi film, l’anno scorso per Mission Impossible 7, ci siamo visti, abbracciati, stretti la mano e fatto fotografie, pacca sulla spalla.

Roberto Chevalier con Tom Cruise

Riguardi i film che hai doppiato? Sei autocritico?

Assolutamente si. Penso sempre che si può fare meglio, bisogna guardare e vedere se è andato tutti bene. Nessuno è perfetto si può sempre migliorare o meglio si deve migliorare. C’è sempre qualcuno che ti può insegnare qualcosa e tu puoi  ancora imparare nonostante tanti anni di carriera.

Una doppiatrice si lamentava che il mondo del doppiaggio è una casta. E’ così?  

Per carità, questo lo dice chi non sfonda. Non è affatto una casta, perché ci sono ragazzi che abbiamo tirato su dal brusio. Se uno ha il talento, ci mette un pochino più di tempo, però riesce. Tutti dicono “Ci sono le famiglie del doppiaggio” ma non è vero un cavolo. C’è un’unica famiglia del doppiaggio ed è una famiglia generosa che è quella degli Izzo, una famiglia numerosa dove tutti sono dei talenti, però non è che lavorano solo loro, fanno lavorare tutti. Chi è bravo, lavora, chi non è bravo si lamenta, chi non sfonda si lamenta. Ci vuole molta umiltà e molto talento. Io e tanti altri colleghi, abbiamo tirato su tanti giovani nel doppiaggio e lavorano tutti. Quei  tanti ragazzi che fanno i corsi di doppiaggio e dimostrano di avere talento, poi vengono inseriti perché hanno appunto talento, l’agente li chiama e lavorano e chi si lamenta è chi non lavora perché non ha talento. Ci sono persone che mi scrivono che il mondo del doppiaggio non è meritocratico. Non è meritocratico? Io, che vengo dal nulla, sono la dimostrazione che c’è la meritocrazia. Ripeto, non ci sono caste e famiglie, ci sono professionisti nel doppiaggio che ti chiamano per fare un lavoro e se hai talento, te lo riconoscono. L’unica famiglia per tradizione è quella degli Izzo e non è colpa loro se in famiglia sono in dieci e sono tutti dei talenti. Ritornando a Strehler, se uno la battuta non la sa dire, non lo può fare, perché in quella battuta ci devi credere e se non ci credi, non ci crede manco il pubblico e quindi quello non lavora.

Con l’intelligenza artificiale la professione del doppiatore scomparirà o avrà dei problemi?

Io ho più paura della deficienza naturale che dell’intelligenza artificiale. L’intelligenza artificiale farà scomparire alcune cose, come le lettura degli audio libri. A oggi è impossibile nel doppiaggio, perché l’emotività non si può replicare. Poi staremo a vedere.

Adesso a cosa stai lavorando?

E’ uscito “Here” dove sono tornato a doppiare Tom Hanks, poi esce il 30 gennaio il film “Babygirl” con protagonista Nicole Kidman, dove io ho fatto la direzione dei dialoghi e poi sto preparando dei dialoghi per un altro film, ma per accordi di riservatezza non posso dire di più.

Quali sono le tue ambizioni?

Non ho ambizioni particolari. Voglio continuare a fare onestamente il mio lavoro. Come diceva il filosofo Platone: “Qual è la morale del ciabattino? Fare bene le ciabatte, non farle e basta”. E io a quella morale mi attengo.

Come affronti l’anno nuovo, con serenità o preoccupazione?

Lo affronto come ogni giorno della mia vita. Io non guardo mai indietro, guardo sempre avanti. Basta la salute.