Wafaa Amer
(arrampicatrice) Molveno (Tn) 30.7.2026
Intervista di Gianfranco Gramola
"La storia di Wafaa Amer non si può ridurre a una
favola di riscatto, ma è un grido di rivalsa e un invito a seguire il proprio
destino, a lottare per ciò che siamo, anche se è difficile, anche quando sarebbe
più comodo adeguarsi e vivere nel limite"

Wafaa Amer
nasce il 18
novembre 1996 nel villaggio di Aghur, in Egitto. Fino ad 8 anni viene cresciuta
dai nonni assieme alle sue sorelle, poiché i suoi genitori si erano già
trasferiti in Italia. A 9 anni Wafaa raggiunge i genitori nel Bel Paese dove si
confronta e cresce in un mondo totalmente diverso rispetto a quello della sua
infanzia. Impara una nuova lingua, si approccia ad una cultura differente, più
aperta per una donna della sua età, e conosce per la prima volta l’arrampicata.
A 15 anni infatti, grazie alla generosità del padre di un’amica che le paga il
suo primo corso, comincia a praticare questo nuovo sport, che in breve tempo
muta in una forma di libertà pura.
Intervista
Com’è nata l’idea di raccontare la tua storia nel libro “Io sono Wafaa”?
La mia è una storia molto particolare. Sono venuta in Italia con mio padre che
avevo 9 anni, quindi un trasferimento da un mondo all’altro. Quando vivevo in
Egitto c’era un altro stile di vita, non c’era la violenza e tutte le cose che
poi ho vissuto in Italia. L’idea è nata quando ero ancora piccola, quando avevo
iniziato a scalare e avevo un sacco di dolore dentro e volevo gridare al mondo
quello che stavo vivendo nonostante già allora non dicessi niente a nessuno
perché ovviamente pensavo fosse colpa nostra. Ci sono delle fasi, all’inizio
gridavo un po’di dolore di quello che stavo vivendo, poi in realtà è un grido di
rivalsa, perché poi nel tempo ci sono varie fasi nella mia vita dove piano piano
lottando sono riuscita a rialzarmi e dimostrare il mio valore.
In questo libro c’è un messaggio che vuoi lanciare?
Ci sono molti messaggi in realtà, non uno solo. Perché parlo di molte cose,
parlo del razzismo che abbiamo vissuto, parlo dell’identità divisa fra due
mondi, dell’essere figlia di due culture e parlo di diverse cose. Diciamo che il
messaggio principale è quello che noi non scegliamo la vita in cui ci troviamo,
noi scegliamo i nostri famigliari, decidiamo le situazioni in cui nasciamo, però
possiamo scegliere chi essere e di non farci definire dal nostro passato.
La passione per l’arrampicata com’è nata?
E’ arrivata in un
momento molto particolare della mia vita. In quei momenti probabilmente io avevo
bisogno dell’arrampicata e l’arrampicata aveva bisogno di me. E’ nata per caso,
con un corso a scuola, che aveva proposto anziché delle ore di ginnastica, delle
ore di arrampicata o di altri sport e ovviamente essendo l’arrampicata uno sport
molto conosciuto è stato scelto da tutti gli alunni. Io avrei voluto tantissimo
fare l’arrampicata, ma eravamo molto poveri, non avevamo i soldi per comprare i
libri, per fare le gite, eravamo sempre in ritardo con i pagamenti e non avevamo
i vestiti come gli altri, d’inverno avevano le giacche e avevamo freddo. Mio
padre non ha aderito al corso di arrampicata, io lo dissi alla mia amica che già
faceva arrampicata con suo padre ed è grazie a lei che ho iniziato il corso e il
suo sogno era quello di scalare con me, perché scalava solo con il suo papà.

C’è un’impresa a cui
sei molto legata?
In realtà io non sono
legata a niente ed è questo che parlo nel mio libro. Parlo di una salita
particolare che ha cambiato la mia visione dell’arrampicata, ma non sono legata
a niente. Sono molto appassionata a questo sport.
Cosa insegna lo
sport?
Io vengo da una
situazione di vita malsana e lo sport mi ha dato quella disciplina, mi ha
indicato i sani principi da inseguire. In altri ambiti, ad altri tipi di
persone, con altri tipi di percorsi di vita insegnerà qualcos’altro. A me ha
insegnato a non smettere mai di credere in me stessa. La prima volta che ho
arrampicato c’è stato questo rapporto quasi viscerale quando sono arrivata in
cima e mi sono resa conto che ci sono arrivata con le mie forze fisiche. Quindi
mi ha insegnato a credere in me stessa, a spingermi oltre i miei limiti, come se
non esistessero dei limiti.
Il non arrivare in
cima è segno di un fallimento o è uno stimolo per riprovarci?
Dipende come lo
sportivo lo interpreta, lo percepisce. Sicuramente chi vive l’arrampicata
appassionatamente, la vive anche come un fallimento. D’altronde se non fallisci
non hai la motivazione per riprovarci, o la va o la spacca, come si dice.
Bisogna fallire per poi godersi la vittoria e quindi arrivare in cima, là dove
prima hai fallito.
Hai un sogno nel
cassetto?
Ho sempre vissuto la
quotidianità ma nello stesso tempo ho sempre avuto un sacco di sogni. Diciamo
che anni fa non stavo tanto bene da poter definire quello che vorrei fare. Il
mio sogno è quello di poter aiutare chiunque ha bisogno di poter creare
un’associazione che possa aiutare le persone ad integrarsi, a dare loro una
direzione, a fargli capire che non hanno una vita persa. La maggior parte del
tempo che ho vissuto sulla mia pelle, pensavo di aver vissuto una vita buttata,
una vita persa, ma non è così.
