Chiara Boni (stilista)                     Milano 30.1.2026

                       Intervista di Gianfranco Gramola

“Con la crisi l’alta moda o la couture, finisce per essere copiata quotidianamente da tutti, a qualunque tipo di prezzo, anche perché non è più curata com’era una volta, non ha più i tessuti esclusivi, non ha più le sarte esclusive, non ha più quasi niente di esclusivo”

 

Maria Chiara Boni :Fondata nel 1971 a Firenze da Chiara Boni come boutique per la commercializzazione di una collezione autoprodotta, Chiara Boni & Sons è oggi un’azienda di abbigliamento femminile ed accessori che esporta l’80% della produzione.

Nata a Firenze nel 1948, Chiara Boni è fondatrice di Chiara Boni & Sons, azienda di abbigliamento a cui fa capo il marchio di prêt-à-porter femminile Chiara Boni La Petite Robe. Le famiglie di provenienza non hanno mai avuto una attività imprenditoriale. Il nonno materno era un commercialista commendatore, suo zio e sua madre hanno fatto parte della ricca borghesia fiorentina senza mai lavorare. Nella famiglia di provenienza del padre il nonno Paolo gestiva una attività immobiliare, il padre Antonio era un campione di bridge e di scherma. Dopo le scuole elementari e medie fatte privatamente ha conseguito il diploma linguistico al Sacro cuore di Gesù di Firenze. Dai 18 ai 20 anni ha conseguito diplomi linguistici in inglese e in tedesco a Londra. In seguito all diploma Linguistico e un breve periodo a Londra, nel 1971 esordisce a Firenze con la sua prima boutique per la vendita della collezione “You Tarzan, me Jane”, da lei disegnata e firmata. Fin dai primi anni partecipa come stilista a sfilate e manifestazioni d’avanguardia. Alla fine degli anni Settanta, grazie alla collaborazione con l’americana Dupont de Nemours, titolare di numerosi brevetti di materiali e processi chimici, è la prima couturier in Italia a sperimentare l’inserimento della lycra nei tessuti destinati all’abbigliamento. Intuizione questa che nel 1985 le consente di stipulare un accordo con il Gruppo Finanziario Tessile per la nascita dell’azienda che porta il suo nome. Le sue collezioni sfilano sulle passerelle della Fashion Week milanese e nei primi anni Novanta dà vita alla linea maschile con l’apertura di 12 punti vendita monomarca in Cina. Nello stesso periodo amplia la presenza dell’azienda nel settore dei profumi attraverso il debutto della prima fragranza Chiara Boni. Nel 2001 riacquista tutte le quote del proprio marchio dal Gruppo Finanziario Tessile e intensifica la sperimentazione sui tessuti fino alla nascita de La Petite Robe. Con la nuova griffe, attraverso specifiche lavorazioni e tecniche di confezione come il taglio vivo, realizza abiti in tessuto stretch che non sgualciscono e non richiedono stiratura. Nel 2010 apre il capitale della sua azienda ad un socio per svilupparne la distribuzione all’estero. La Petite Robe viene così lanciata sul mercato americano dove raccoglie fin da subito consenso, fino ad essere oggi presente nei maggiori centri commerciali con una rete di 400 corner. Nel 2015 rafforza il marchio attraverso una linea di calzature e accessori in cui la Lycra è protagonista. In questi anni, sotto la sua guida e direzione artistica, l’azienda si è specializzata nell’utilizzo di un unico materiale, arrivando ad affermare la propria presenza nella moda e nell’haute couture con un’impronta ben precisa che associa eleganza, femminilità e alta vestibilità per assecondare gli impegni quotidiani delle donne. Con una sede a Milano e uffici amministrativi e logistici a Biella, la manifattura è affidata a laboratori esterni con una filiera corta in Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana. Nel 2019 è la prima azienda italiana di abbigliamento femminile ad ottenere la certificazione europea PEF - Product Environmental Footprint, che testimonia il ridotto impatto ambientale generato da un prodotto durante il suo ciclo di vita, dalla produzione delle materie prime fino al confezionamento. Oggi la griffe Chiara Boni La Petite Robe è presente in Italia e all’estero con due boutique monomarca a Milano e Roma, in due punti vendita in franchising a Montecarlo e Genova e in negozi multibrand in Italia, Germania, Francia, Spagna, Medio Oriente e Grecia, con un export complessivo pari a circa l’80%. Nominata Cavaliere del Lavoro nel 2024, Chiara Boni è nota per il suo impegno nella promozione dell'arte e della cultura. Ha partecipato a numerose iniziative e progetti volti a sostenere giovani talenti e a promuovere la creatività nel mondo della moda.

Pubblicazioni

-C. Boni, L. Settembrini, “Vestiti, usciamo: l'eleganza femminile e la seduzione”, Mondadori Editore, Milano, 1987.

- G. Vergani (a cura di), “Le donne italiane: il chi è del '900”, Rizzoli Editore, Milano, 1993.

- Boni, C., & Fedi, D. (2023). Io che nasco immaginaria. Baldini+Castoldi

Intervista

Da piccola cosa volevi fare da grande?

Non sognavo di fare la stilista perché esistevano soltanto i sarti e i couturier quando ero piccola io. Però mi piacevano moltissimo i vestiti perché giravo con mia madre per gli atelier di moda. Lei era una signora molto elegante per cui andavo con lei a Parigi, oppure dalle sarte che allora a Firenze avevano i loro atelier e compravano quelli che allora si chiamavano i “patron” che erano i cartamodelli dei grandi couturier e li rifacevano nelle sfilate di moda delle varie città. Io ho avuto molta dimestichezza con i vestiti fin da piccola.

Ho letto che a 18 anni sei andata a Londra. Che ricordi hai di quel periodo?

Era un periodo pazzesco anche perché nel frattempo nasceva la moda giovane. Quando sono arrivata all’adolescenza cominciava ad esserci Fiorucci, a sentirsi dire che in Inghilterra era nata la minigonna e cominciavano delle grandi rivoluzioni di moda. Quando io sono andata a Londra nel ’67 io ho buttato tutto il mio guardaroba da brava ragazza, tipo il kilt, tipo la borsetta di Gucci e mi sono comprata le follie inglesi, abiti corti e con colori pazzeschi che c’erano soprattutto in questo negozio di Londra che si chiamavaBiba in Abingdon Road, che era di Barbara Hulanicki, una polacca che aveva questo negozio pazzesco dove tutti andavano, era un punto di riferimento. Quindi è stata una rivoluzione per me, ma è stata una rivoluzione perché in quel momentoLondra era diversa dal resto del mondo. Per me Londra è stata un vero stimolo.

E’ vero che hai incontrato i Beatles?

Si, andavi a mangiare al ristorante e ti sedevi accanto al tavolo dove c’erano i Rolling Stones o i Beatles. A quei tempi le guardie del corpo non esistevano, erano inesistenti. I personaggi famosi andavano a mangiare al ristorante normalmente e se li trovavi in un posto, loro scambiavano due parole con tutti.

Com’è nata l’idea di aprire una boutique a Firenze, la tua città?

L’idea è nata perché quando sono tornata a Firenze io già volevo fare moda, mi piaceva moltissimo. Non mi era stato permesso perché a quei tempi non era considerata una cosa da brava ragazza, poi mi sono sposata a 21 anni con un architetto radicale il quale mi ha appoggiato in questo mio desiderio di aprire un negozio che allora si chiamava “You Tarzan Me Jane”. Tra l’altro mio marito aveva arredato il negozio in modo molto stravagante,che tutti venivano a vedere perché all’epoca c’era un grande tendone da circo dove tutti si cambiavano insieme, c’erano tutti Tarzan alle pareti ed era un posto fantastico e facevamo anche delle cose straordinarie, all’epoca abbastanza all’avanguardia. Eravamo tre amiche, l’abbiamo fatto insieme e abbiamo anche cucito il tendone da noi.

Chi era la “papessa”?

La papessa era Annamaria Papi, che era della famiglia Contini Bonacossi. I Contini Bonacossi erano dei signori che avevano fatto tanti soldi ed erano andati in America a comprare i primi quadried erano proprietari di una delle più grandi collezioni d’arte italiane. Avevano praticamente una pinacoteca in casa. Gli eredi poi hanno litigato e sono riusciti in qualche modo a donare allo Stato tre quarti della collezione se non di più, ma il quarto rimanente l’hanno venduto e ognuno degli eredi aveva abbastanza soldi all’epoca da spendere e la papessa aveva una corte di persone straordinarie da Carmelo Bene a Carla Fracci, a Ungaretti a Veruschka in questa casa bellissima, a palazzo Capponi, dove c’era un gran movimento di persone che si incontravano.

Nella creatività dei tuoi vestiti c’è più fantasia, estro o studio?

C’è tutto questo, perché non esiste l’estro senza lo studio, non esiste la fantasia senza lo studio oppure si può avere la fantasia ma dopo bisogna studiare. Lo studio comunque serve sempre perché per realizzare un capo che tu hai in mente, devi capire come poterlo realizzare, quindi devi studiare tessuti, modelli, proporzioni e tantissime cose. Sono tutte cose collegate.

Cosa non deve mai mancare nel guardaroba di una donna?

Potrei dire come Chanel “ Una petit robe noir”nel senso che quella è la cosa che ti risolve sempre in qualunque momento. Questo va bene anche oggi, anche se alla fine un jeans, un pantalone va su tutto, però forse un piccolo vestito nero da poter usare in qualche occasione che non ti aspetti, fa sempre comodo.

In giro ci sono tanti negozi di vestiti a prezzi stracciati. Questo è perché la gente ha pochi soldi o perché è sparita l’eleganza? 

Ci sono tanti negozi a prezzi stracciati perché la moda vive un momento di grande crisi e siccome la moda è lo specchio dei tempi, io penso che questo sia un momento abbastanza brutto nel mondo e la moda lo riflette. Diciamo che l’alta moda o la couture, finisce per essere copiata quotidianamente da tutti, a qualunque tipo di prezzo, anche perché non è più curata com’era una volta, non ha più i tessuti esclusivi, non ha più le sarte esclusive, non ha più quasi niente di esclusivo. Quindi c’è poca fantasia, c’è poco amore per la bellezza, c’è una gran confusione in giro e ci sono anche pochi movimenti giovanili ai quali la gente si schierava. Adesso non è che i ragazzi esprimono un movimento e si vestono in un certo modo da cui tu puoi trarre ispirazione. Idem per i movimenti artistici, anche quelli sono finiti, ci sono solo dei singoli artisti. Quindi diciamo che è tutto un po’ un appiattimento.

C’è eleganza senza vanità?

Si, può esserci un’eleganza naturale che nasce da quando sei nata. Oggi direi che la vanità può essere anche inelegante.

Qual è il segreto del tuo successo?

Credo di aver fatto dei vestiti che piacevano molto alle donne e soprattutto che le facevano sentire belle, non tutte ovviamente perché ognuno poi ha il suo genere. Però credo che il mio tipo di donne hanno amato molto i miei vestiti, difatti io faccio fatica a trovare i miei vintage, i miei vestiti vecchi, perché tutti li tengono. Mi dicono: “Io lo tengo ancora, io l’ho dato a mia figlia, io l’ho regalato a mia nipote”. Io ogni tanto li chiedo alle amiche ma mi dicono che li usano ancora. Questa è una bella soddisfazione personale.

Hai vestito tante modelle. La più capricciosa e quella più alla mano?

Naomi Campbell era capricciosa anche a 15 anni, quando l’ho conosciuta io. Forse capricciosa non è la parola giusta, aveva un gran carattere. A 16 anni, ha rincorso un  fotografo dietro le quinte con l’intenzione di menarlo. Diciamo che aveva già una gran personalità fin da piccola. Quella più morbida, affabile, gentile e affettuosa ce ne sono tante, ma voglio ricordarne una che era della mia generazione passata che però aveva una idea della moda straordinaria, cioè quella di esaltare i vestiti degli stilisti che portava e che era Pat Cleveland e anche sua figlia Anna.

Quali sono ora le tue ambizioni, le tue idee?

Le mie ambizioni e le mie idee sono tante in questo momento di fermo per me, però sto cominciando una nuova avventura, non più vestiti, ma in un settore diverso  diciamo interessante ed è anche una sfida nuova. Non ne posso ancora parlare ma tra poco se ne parlerà.

Parliamo di vita privata. Come hai conosciuto Cesare Romiti e come ti ha conquistata?

Cesare Romiti l’ho conosciuto per merito di una donna. Dico sempre che nella mia vita le donne hanno sempre avuto una grande importanza. Sono stata presa nel gruppo del GFT che era questo grande gruppo italiano che ha inventato il prètà  porter dove c’era dentro Valentino, Armani, Ungaro, Montanari e tanti altri. Io sono entrata come piccoletta nel gruppo e l’amministratore delegato che mi era stato dato dal GFT era una ragazza di 24 anni, lei era molto amica della famiglia Romiti. Un giorno incontrando Cesare Romiti le ha raccontato questa nuova avventura che stava facendo a Firenze. Gli ha detto: “Sono curioso, un giornovengo a conoscervi”. Lui un giorno è venuto a Firenze a conoscerci e mi sono innamorata di lui nel tempo perché era un uomo assolutamente attento agli altri. Il fatto che lui prestasse attenzione a me che mi chiedesse cosa mi piaceva, cosa volevo fare, quali erano le mie ambizioni, ecc… era una cosa che alla fine conquistava. Ma non lo faceva solo con me, lo faceva con tutti i miei amici, era veramente una persona curiosa degli altri e questo in genere fa effetto in un uomo di potere.

In amore sei stata più cacciatrice o lepre?

Non sono mai stata nessuna dei due. Non sono stata cacciatrice perché sono stata cacciata e neanche lepre perché non sono mai dovuta fuggire. Se sono interessata ad una persona, sono interessata se no non ho bisogno di fuggire, perché sono talmente glaciale che posso stendere uno e farlo smettere di seguirmi in tre secondi (risata).

C’è stato un corteggiatore che ha fatto follie per te?

Si, più di uno. Ho trovato più volte sotto casa tante cose da oggetti, a biciclette da corsa. Una volta ho trovato in cima ad una seggiovia un enorme mazzo di fiori quando io scendevo dal mio seggiolino, con una grande scritta sopra un pupazzo di neve.

Cosa ti ha spinto a scrivere il libro “Io che nasco immaginaria”? E’ stata una tua esigenza personale, uno sfogo?

E’ stato una cosa casuale. E’ nato durante il covid, da un incontro con una mia amica giornalista che scrive molto bene, chiacchierando di moda, avevamo un po’ lo stesso sguardo sulla moda e siccome la mia vita ha attraversato il secolo e aveva visto e vissuto tante cose, poteva essere un racconto. Siamo andate avanti tanto tempo incontrandoci qualche volta. Alla fine un’altra donna che ho incontrato, che è Elisabetta Sgarbi, che conoscevo da tanti anni, non so perché siamo capitati sull’argomento e lei mi ha detto: “Io questo libro lo voglio fare” e allora a questo punto ha obbligato tutti noi a farlo in due mesi. Lei ha sbobinato tutto e ha dato tutto il materiale e ha detto: “Per i primi di settembre deve essere pronto”.

 

Hai mai lavorato per solidarietà?

Si, tante volte. Ho lavorato e ho anche aiutato, perché devo dire che alcune cose che ho fatto per solidarietà non sono state continuative, nel senso che non sono state solo spot ma sono state abbastanza impegnative. L’ultima che ho fatto è stata la sfilata a Firenze a luglio a “Percorri la vita” che è un’associazione che si occupa della prevenzione e la cura del tumore al seno e ho organizzato una sfilata complicatissima, fatta da 50 stilisti ai quali ho dovuto chiedere dei vintage e ho fatto sfilare 94 ragazze.  Una bella impresa che è venuta molto bene per cui sono rimasta soddisfatta.

Oltre al lavoro curi delle passioni nella vita?

Si, sono una cinefila, sono una che ama l’arte, amo viaggiare, amo leggere, amo la natura e ho mille passioni. Come si fa a non essere appassionati alla vita.

Hai dimenticato la cucina. Sei una buona forchetta?

Ero una buona forchetta, però adesso sono molto restia a mangiare dei cibi perché non hanno più i sapori di una volta, non sono più i cibi di una volta per cui ora sono un po’ più difficile come gusti. Se non so l’origine del prodotto, sono sospettosa, anche perché ho lavorato tanto sul discorso del cibo, sulle proprietà del cibo, della biodiversità. Mi sono occupata anche di questo, quindi sono molto sospettosa oramai sul cibo.

Di cosa hai bisogno per essere felice?

Ho bisogno di progettare per essere felice, oltre dei miei affetti chiaramente.

Hai dei rimpianti?

Si e no, nel senso che come rimpianti potrei aver fatto meglio molte cose, però è inutile avere questi rimpianti perché è meglio guardare avanti.