Gaya
Spolverato (chirurga oncologa) Padova
17.2.2026
Intervista di Gianfranco Gramola
“Il
segreto del mio successo? Lavorare tanto, ma soprattutto mantenere
l’entusiasmo. È
un lavoro che chiede molto, anche sul piano umano, personale e familiare, però
restituisce anche moltissimo, soprattutto dal punto di vista professionale e del
senso di ciò che si costruisce ogni giorno”

La
Prof.ssa Spolverato è specialista in Chirurgia Oncologica e attualmente
Professoressa Associata presso il Dipartimento di Scienze Chirurgiche
Oncologiche e Gastroenterologiche dell'Università di Padova. Nata e cresciuta
ad Albignasego (PD), si è laureata in Medicina e Chirurgia presso l'Università
di Padova nel 2010 con il massimo dei voti e menzione d’eccellenza. Ha
conseguito la specializzazione in Chirurgia Generale presso l'Università di
Verona nel 2017. Il suo percorso formativo e professionale è stato arricchito
da esperienze internazionali significative: è stata Studente internazionale di
Medicina e Chirurgia al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York nel
2010, Ricercatrice
in Chirurgia Oncologica alla Johns Hopkins di Baltimora dal 2013 al 2015 e
Fellow in Chirurgia Oncologica al Memorial Sloan Kettering Cancer Center dal
2017 al 2018. Tornata in Italia nel 2018, ha ricoperto il ruolo di Ricercatrice
presso l'Università di Padova e di Dirigente Medico dell’Azienda Ospedale
Università di Padova, collaborando con l'equipe del Prof. Pucciarelli. Nel
luglio 2022 è stata nominata Professoressa
Associata presso
lo stesso Dipartimento. La Prof.ssa Spolverato è particolarmente interessata ai tumori del tratto
gastro-intestinale e ai sarcomi. È stata Segretaria generale della Società
Italiana di Chirurgia Oncologica (SICO), è socia della Società Europea di Chirurgia
Oncologica (ESSO) e
della Society
of SurgicalOncology (SSO). Inoltre, è Delegata della Rettrice dell’Università di Padova alle
Politiche per le Pari Opportunità dal 2021. È docente di Chirurgia presso il
corso di laurea in Medicina e Chirurgia dell’Università di Padova, di
Chirurgia d’Urgenza presso il corso di laurea in Infermieristica e presso la
Scuola di Specializzazione di Chirurgia Generale di Padova. Inoltre, è docente nel corso di Dottorato in
Oncologia Clinica e Sperimentale ed Immunologia dell’Università di Padova e
Direttrice del Master di secondo livello in Chirurgia Robotica e Sistemi
intelligenti (RoSI) dell’Università degli Studi di Padova.
Autrice di oltre 300 articoli
scientifici e di più di 10 libri di Chirurgia, ha partecipato come relatrice a congressi
nazionali e internazionali e ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali.
Dal 2021 al 2024 è stata consigliera dell’Ordine dei Medici e degli
Odontoiatri di Padova. Nel 2015 ha co-fondato Women In Surgery Italia,
associazione che rappresenta le chirurghe italiane, di cui è stata Presidente.
Nella sua carriera ha eseguito oltre 3000 interventi di chirurgia.
Intervista
Quando ha capito che la chirurgia oncologica sarebbe stata la sua
professione? Com’è nata questa scelta?
Ho sempre
desiderato fare medicina. Già nei primissimi anni di università ho capito che
la chirurgia poteva offrire qualcosa in più rispetto alle discipline più
internistiche: la possibilità di arrivare là dove i farmaci non arrivano,
intervenendo in modo diretto e spesso decisivo sul percorso di cura. Durante il
corso di laurea questa intuizione si è trasformata in una vera passione. La
frequenza in sala operatoria, l’esposizione continua ai pazienti e la
concretezza del gesto chirurgico mi hanno coinvolta profondamente. È stato un
processo naturale: più vedevo, più capivo che quella sarebbe stata la mia
strada. Così ho scelto la chirurgia oncologica come la mia professione.
I
suoi genitori avevano in mente un futuro diverso per lei?
I
miei genitori avevano sempre immaginato per me un futuro in medicina. Era
qualcosa che dicevano spesso, quindi da quel punto di vista la mia scelta non li
ha sorpresi. Ciò che li ha resi più perplessi è stata la decisione di
intraprendere la chirurgia, una specialità che, almeno nello stereotipo
tradizionale, non era considerata “prettamente femminile”. Ricordo bene che
quando dissi a mia madre che volevo fare la chirurga, lei pensava avrei optato
per una disciplina più medica, magari la cardiologia. Per me, invece, era
l’unica scelta possibile. Una volta scoperta la chirurgia, non ho mai avuto
veri dubbi rispetto ad altre specialità, anzi ad un certo punto ho quasi
cercato di farmeli venire, consapevole di quanto l’ambiente potesse essere
competitivo e talvolta ostile, sia in generale sia, in particolare, per le
donne.
Proprio
questa consapevolezza, però, ha rafforzato la mia determinazione: sapevo che
non sarebbe stata la strada più semplice, ma era senza dubbio quella giusta per
me.
Chi
sono stati i suoi maestri?
Ho
avuto la fortuna di incontrare il mio primo maestro già durante la scuola di
medicina: Fabio Zangrandi, un chirurgo di grande valore che ha acceso in me la
passione per la chirurgia. Successivamente ho svolto la tesi di laurea con il
professor Pucciarelli, che ebbe subito fiducia in me: mi diede l’opportunità
di andare negli Stati Uniti quando ero ancora laureanda. In seguito è diventato
il mio direttore e, negli anni, la persona alla cui guida sono poi succeduta
nella struttura che oggi dirigo.
Mi
conosceva da poco, ma intuì la mia forte predisposizione per l’esperienza
internazionale e per la ricerca, e per questo mi incoraggiò a partire. Negli
Stati Uniti ho poi incontrato Timothy Pawlik alla Johns Hopkins di Baltimora: è
stato il maestro che, più di tutti, ha segnato una svolta nel mio percorso. Mi
ha dato un’esposizione reale al mondo della ricerca nazionale e internazionale
e mi ha trasmesso le basi metodologiche che ancora oggi guidano il mio lavoro.
Al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York ho avuto infine il
privilegio di lavorare con Murray Brennan, considerato il padre della chirurgia
oncologica. È una figura di straordinaria statura scientifica e umana, con cui
sono tuttora in contatto, così come continuo a sentirmi con tutti i miei
maestri. Anche dopo il mio rientro in Italia, il suo supporto non è mai venuto
meno, e questo per me ha avuto e continua ad avere un valore enorme.

Come
possiamo difenderci dal cancro? Come possiamo prevenirlo?
Il
cancro, purtroppo, non è una patologia totalmente prevedibile né sempre
prevenibile. Quello che oggi possiamo fare in modo molto efficace è diagnosticarlo
precocemente, e questo cambia
radicalmente le possibilità di cura e di guarigione.
Esistono
certamente fattori di rischio modificabili su cui possiamo intervenire: il fumo,
l’eccesso di alcol, la sedentarietà e la sovralimentazione con conseguente
obesità. Sono tutti elementi che aumentano in modo concreto il rischio
oncologico. Ridurre queste esposizioni significa fare una prevenzione primaria
reale.
La
vera svolta, però, la otteniamo con la prevenzione
secondaria, cioè con gli screening.
Prendiamo il tumore del colon-retto: non sempre è prevenibile, ma può essere
intercettato molto precocemente grazie alla ricerca del sangue occulto fecale e
alla colonscopia, permettendo interventi curativi in fase iniziale. Lo stesso
vale per la mammella con mammografia ed ecografia, per la prostata con il PSA, e
per molti altri programmi di screening oggi disponibili. In sintesi, la
strategia più efficace è duplice: stili
di vita sani per ridurre il rischio e adesione
consapevole agli screening per anticipare la diagnosi.
È qui che, oggi, possiamo davvero fare la differenza.
Gli organi più esposti al cancro?
Tra
i tumori più frequenti, il carcinoma della mammella nelle donne e quello della
prostata negli uomini rappresentano le neoplasie a maggiore prevalenza nei
rispettivi sessi. Subito dopo si colloca il tumore del colon-retto, che è tra i
più comuni in assoluto in entrambi i sessi ed è ancora oggi una delle
principali cause di mortalità oncologica. Seguono poi le altre sedi, ma queste
restano certamente le più rilevanti in termini epidemiologici.
Rischiano
di più gli uomini o le donne?
A
questa domanda la risposta non è univoca e dipende molto dal tipo di tumore. In
generale, però, osserviamo una dinamica interessante: le donne tendono più
spesso ad arrivare alla diagnosi con malattia già avanzata rispetto agli
uomini. Questo è particolarmente evidente, ad esempio, nel tumore del
colon-retto, dove le pazienti si presentano più frequentemente sintomatiche e
in fase più tardiva. Durante il periodo della pandemia da Covid abbiamo visto
in modo ancora più marcato questo fenomeno, con molte donne giunte
all’osservazione con quadri più avanzati.
Va
però sottolineato un altro dato importante: a
parità di stadio, le donne tendono ad
avere una sopravvivenza migliore rispetto agli uomini in diverse patologie
oncologiche. Questo ci ricorda quanto siano cruciali sia la diagnosi precoce sia
una lettura attenta delle differenze di genere in oncologia, che oggi
rappresentano un ambito di crescente interesse clinico e scientifico.
La
diagnosi precoce di quanto può ridurre la mortalità?
La
diagnosi precoce può ridurre la mortalità in modo estremamente
significativo: oggi è, di fatto, la leva
più potente che abbiamo per cambiare la storia naturale di molti tumori.
Intercettare la malattia nelle fasi iniziali significa aumentare in modo
sostanziale le possibilità di cura e di guarigione.
Un
esempio molto chiaro è il tumore del colon-retto. Negli Stati Uniti si sta
osservando un impatto sempre più evidente dei programmi di diagnosi precoce
sulla riduzione della mortalità, un trend che in Italia vediamo ancora in modo
meno marcato — almeno sulla base di alcune analisi regionali recenti. Questo
ci dice quanto margine di miglioramento esista ancora nell’adesione e
nell’anticipazione degli screening.
Allo
stesso tempo, sta emergendo un tema importante: l’aumento dei tumori del
colon-retto nei pazienti più giovani, al di sotto dell’età standard di
screening, che tradizionalmente inizia dai 50 anni. Proprio per questo è
fondamentale affinare la stratificazione del rischio e prestare particolare
attenzione ai segnali clinici anche in fasce d’età in cui, fino a pochi anni
fa, la malattia era considerata rara.
In
questo contesto, il ruolo dei centri di riferimento è cruciale. Qui è
possibile seguire in modo strutturato i soggetti con familiarità oncologica o
con sindromi genetiche predisponenti, intercettando precocemente situazioni a
rischio anche quando l’età, da sola, non farebbe sospettare la malattia.
In
sintesi, diagnosi
precoce e screening mirato salvano vite:
la sfida dei prossimi anni sarà ampliare l’adesione ai programmi esistenti e
migliorare la capacità di individuare precocemente anche i pazienti più
giovani a rischio.

Al malato va sempre detta la verità?
Sì,
al malato va sempre detta la verità. La vera sfida, però, non è se dirla,
ma come dirla.
È uno degli aspetti più delicati del nostro lavoro: comunicare con chiarezza e
onestà senza mai togliere speranza, forza e possibilità di reagire.
La
verità e la speranza non sono in contraddizione. Il paziente ha diritto a
comprendere la propria condizione per poter partecipare in modo consapevole alle
decisioni di cura. Allo stesso tempo, è fondamentale accompagnarlo, sostenendo
la sua capacità di rimettersi in gioco e di affrontare la malattia.
Dico
spesso ai miei pazienti che noi medici possiamo fare una parte importante, ma
una quota altrettanto significativa dipende da loro: dall’aderenza ai
trattamenti, dalla fiducia nel team di cura, dall’energia con cui affrontano
il percorso terapeutico. Questo diventa ancora più evidente dopo un intervento
chirurgico, quando la qualità della ripresa, la riabilitazione e il desiderio
di tornare alla propria vita fanno davvero la differenza.
Dire
la verità, quindi, sì ma con competenza, misura e profonda responsabilità
umana.
Il
consumo di carne rossa può essere una delle cause del tumore al colon?
Il
consumo di carne rossa è considerato un
fattore di rischio per
il tumore del colon-retto, ma è importante essere precisi: non parliamo di un
rapporto causa-effetto diretto e inevitabile, né abbiamo una soglia universale
oltre la quale il rischio diventa certo per il singolo individuo.
Le
evidenze ci dicono che un consumo
elevato e abituale, soprattutto di carni
rosse e lavorate, si associa a un aumento del rischio. Tuttavia, nella pratica
clinica è utile mantenere equilibrio e proporzione nel messaggio: il rischio
dipende dall’insieme dello stile di vita e delle abitudini alimentari, non da
un singolo alimento isolato.
Per
questo motivo credo molto di più in un modello di alimentazione
varia, equilibrata e non eccessiva piuttosto
che in approcci basati su eliminazioni drastiche. Lo vediamo spesso anche nei
pazienti in trattamento oncologico: alcuni, leggendo informazioni non sempre
corrette, arrivano a eliminare completamente gli zuccheri pensando di
“affamare” il tumore. In realtà anche il cervello utilizza glucosio, e
privare l’organismo di un adeguato apporto calorico può essere
controproducente.
Un
paziente affaticato, malnutrito o con scarso introito energetico avrà più
difficoltà a tollerare e portare avanti le terapie. Per questo il messaggio che
do sempre ai miei pazienti è semplice ma solido: una
dieta varia, bilanciata e sostenibile nel tempo è la strategia nutrizionale più
efficace per accompagnare il percorso di cura e, più in generale, per ridurre
il rischio oncologico.
Lei
ha studiato anche all’estero. Che differenze ha notato fra la sanità italiana
e estera? Abbiamo da imparare o da insegnare?
Ho
avuto la possibilità di formarmi sia in Italia sia negli Stati Uniti, e questo
mi ha permesso di osservare da vicino punti di forza e aree di miglioramento di
entrambi i sistemi.
Se
devo sintetizzare, noi
abbiamo molto da imparare sul piano organizzativo.
Il modello statunitense è spesso più efficiente nei processi, nella gestione
delle risorse, nei tempi decisionali e nell’integrazione tra clinica, ricerca
e innovazione. C’è una forte cultura della performance, della misurazione dei
risultati e dell’ottimizzazione dei percorsi, aspetti su cui il nostro sistema
può certamente crescere.
Allo
stesso tempo, però, l’Italia
ha moltissimo da insegnare sul piano sociale ed equitativo.
Il nostro Servizio Sanitario Nazionale garantisce un accesso alle cure ampio e
sostanzialmente universale, indipendentemente dalle condizioni economiche del
paziente. Questo è un valore straordinario, che non va dato per scontato e che
rappresenta uno dei veri punti di forza del nostro modello.
La
sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: mantenere
l’equità del sistema italiano, migliorandone però l’organizzazione,
l’efficienza e la capacità gestionale.
È nell’integrazione di questi due mondi che possiamo costruire una sanità
ancora più solida e sostenibile.

Com’è
il suo rapporto con la chirurgia robotica e l’intelligenza artificiale?
Il
mio rapporto con la chirurgia robotica e con l’intelligenza artificiale è
oggi molto stretto: oltre
il 50% della mia attività di ricerca -
probabilmente anche di più - è
focalizzato proprio su questi ambiti.
Dal
punto di vista clinico, circa il 68%
dei miei interventi è mini-invasivo, e
la robotica rappresenta una quota sempre più rilevante di questa attività. Ha
realmente cambiato il mio modo di operare e, più in generale, il nostro
approccio anche a procedure estremamente complesse, che storicamente erano
dominio quasi esclusivo della chirurgia open tradizionale. Credo profondamente
nel valore della chirurgia robotica. Nei prossimi anni assisteremo
verosimilmente a una sua ulteriore espansione, con una progressiva riduzione di
una parte della chirurgia open e, in alcuni ambiti, anche della laparoscopia
convenzionale.
Il
vero salto di qualità, però, arriverà dall’integrazione con
l’intelligenza artificiale. Non parliamo solo di ciò che già vediamo oggi,
ma di come l’IA potrà trasformare la navigazione
preoperatoria, la stratificazione
del rischio chirurgico, il supporto
decisionale intraoperatorio e
l’analisi avanzata dei dati oncologici.
In
oncologia chirurgica, a mio avviso, questo rappresenta uno dei più grandi
investimenti strategici che la ricerca debba continuare a perseguire nei
prossimi anni.
Il
settore oncologico è ancora un settore maschilista? Ha notato pregiudizi?
La
chirurgia e in parte anche l’oncologia chirurgica, resta storicamente un
ambiente a forte predominanza maschile. La presenza femminile è cresciuta in
modo significativo negli ultimi 10–15 anni, e questo è un segnale molto
positivo, ma il cambiamento culturale non è ancora completo.
Oggi
le donne sono sempre più numerose nei percorsi di formazione e nelle équipe
chirurgiche, tuttavia il
riconoscimento pieno della leadership femminile e l’abbattimento degli
stereotipi di genere non sono ancora del tutto acquisiti.
Persistono, in forme più o meno esplicite, pregiudizi e aspettative culturali
che rendono il percorso professionale delle chirurghe spesso più impegnativo.
Detto
questo, il quadro è in evoluzione: rispetto al passato si registrano passi
avanti concreti in termini di opportunità, visibilità e meritocrazia. La sfida
dei prossimi anni sarà trasformare la crescita numerica delle donne in
chirurgia in una piena
normalizzazione della loro presenza anche nei ruoli apicali,
superando definitivamente l’idea, ormai superata dai fatti, che la chirurgia
sia una specialità “al maschile”.
Com’è
nata l’idea di “Women in surgery”?
“Women
in Surgery” è nata dal desiderio di unire
e dare rappresentanza alle chirurghe italiane.
Sentivamo il bisogno di raccontare che questa professione non solo era possibile
per le donne, ma che poteva essere vissuta con pienezza e con il supporto di una
rete. L’idea iniziale era proprio questa: creare uno spazio di confronto e
sostegno per chi stava iniziando o desiderava iniziare il proprio percorso in
chirurgia.
Con
il tempo, però, il progetto è cresciuto. Da luogo di condivisione è diventato
anche un
veicolo di informazione, formazione e advocacy,
sede di iniziative culturali e, quando necessario, di battaglie importanti sul
piano professionale e delle pari opportunità.
Oggi
Women in Surgery è una realtà solida e riconosciuta. Dopo i primi dieci anni,
che si sono celebrati lo scorso anno, io e Isabella Frigerio abbiamo
scelto consapevolmente di affidarla a un nuovo direttivo, composto da energie
nuove. L’obiettivo è permettere all’associazione di evolvere ulteriormente:
integrarsi con altre specialità chirurgiche, aprirsi sempre più al contesto
internazionale e continuare a crescere con una visione rinnovata.
Per
noi è motivo di grande soddisfazione vedere che ora
cammina con le proprie gambe —
ed è esattamente ciò che speravamo fin dall’inizio.
Tutti
i giorni ha a che fare con malati di tumore o altro. Come affronta la
quotidianità in ospedale?
Affronto
la quotidianità in ospedale con uno spirito combattivo, ma anche con una forte
lucidità: ogni giorno entro con il desiderio concreto di fare la differenza e
di rappresentare la migliore opzione possibile per i miei pazienti.
Una
parte fondamentale del mio lavoro è il lavoro
multidisciplinare. Ho la fortuna di
dirigere un gruppo straordinario e di collaborare quotidianamente con colleghi
della nostra istituzione e di altri centri. Nella chirurgia oncologica,
soprattutto nei casi più complessi, nessuno lavora davvero da solo: le
decisioni migliori nascono sempre dal confronto tra competenze diverse.
Credo
profondamente che all’aumentare
della complessità debba aumentare il lavoro di squadra.
Il team non è solo uno strumento clinico, ma anche un supporto umano
importante: condividere i casi difficili, discutere insieme le scelte e
sostenersi reciprocamente aiuta molto anche nella gestione emotiva delle
situazioni più impegnative.
È
questo equilibrio tra determinazione individuale e forza del gruppo che, ogni
giorno, mi permette di affrontare con energia e responsabilità la vita in
ospedale.

Le
diagnosi sono sempre difficili?
Non
sempre le diagnosi sono difficili: esistono casi lineari, in cui il percorso è
abbastanza chiaro, e altri decisamente più complessi, che richiedono
un’analisi molto approfondita.
La
vera sfida, però, è non
banalizzare mai. Anche quando
l’esperienza rende alcuni passaggi più routinari, è fondamentale continuare
a porsi domande, mantenere uno sguardo critico e verificare ogni elemento con
attenzione.
In
questo senso, il confronto è essenziale. Discutere i casi all’interno di un
gruppo multidisciplinare e avere la possibilità di formare giovani
specializzandi aiuta molto a restare intellettualmente vigili: insegnare obbliga
a spiegare, spiegare obbliga a ragionare, e questo mantiene alto il livello di
attenzione clinica.
È
proprio questa combinazione - esperienza, dubbio costruttivo e lavoro di
squadra- che permette di affrontare
al meglio anche le diagnosi più impegnative.
Lei
ha un marito e due figli, lavora tutto il giorno in ospedale. Inoltre è la più
giovane primaria d’Italia. Qual è il segreto del suo successo?
Lavorare
tanto, questo sicuramente, ma soprattutto mantenere
entusiasmo. Finché avrò questa energia
e questa passione, continuerò a sostenere questi ritmi.
È
un lavoro che chiede molto, anche sul piano umano, personale e familiare.
Sarebbe poco onesto negarlo. Però restituisce anche moltissimo, soprattutto dal
punto di vista professionale e del senso di ciò che si costruisce ogni giorno.
Credo
che, anche come donna, ci sia una responsabilità in più: quella di contribuire
a un cambiamento reale nel modo di vedere e di fare chirurgia. Oggi non è più
e non deve essere la storia del singolo “eroe” con le mani baciate da Dio.
È, sempre di più, il risultato di persone
e squadre che
ogni giorno mettono competenze, studio e dedizione al servizio dei pazienti.
Se
devo indicare un “segreto”, è proprio questo: lavorare
molto, restare curiosi, e investire sulle persone e sul gruppo.
La chirurgia del futuro e già quella del presente si costruisce insieme, con
volti diversi, mani diverse e una visione condivisa.
Ha
ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali. Ce n’è uno a cui tiene
molto?
Probabilmente
il riconoscimento a cui tengo di più è arrivato in uno dei momenti più alti
del mio percorso, al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York. Essere
valutata e riconosciuta in un contesto di quel livello, tra alcuni dei maggiori
oncologi al mondo, come una professionista pronta a muoversi con credibilità
nella chirurgia oncologica internazionale è stato per me un passaggio
profondamente significativo.
Quello
è stato un traguardo importante sul piano scientifico e professionale. Ma,
accanto a questo, considero altrettanto determinante e forse ancora più
personale la possibilità di tornare a Padova. Ho scelto di mettermi in gioco
fino in fondo per conquistare quella posizione, e la fiducia che mi è stata
accordata rappresenta per me un motivo di grande orgoglio.
Poter
rientrare a casa e contribuire a costruire qualcosa nel contesto in cui sono
cresciuta professionalmente è stato, davvero, qualcosa di speciale.
Ultima domanda. Ho letto che ha una
ammirazione per Tiziano Terzani. Com’è nata questa passione?
La
mia ammirazione per Tiziano Terzani nasce prima di tutto dal suo modo unico di
raccontare il mondo: uno sguardo profondo, capace di andare oltre i fatti per
toccare davvero le persone. Nei suoi libri c’è sempre una dimensione umana
molto forte, che mi ha colpita fin dalle prime letture.
C’è
poi anche un legame più personale e professionale. Terzani ha raccontato con
grande lucidità la sua battaglia contro un tumore del colon-retto metastatico,
per il quale fu operato proprio al Memorial Sloan Kettering di New York, dove ho
avuto la fortuna di lavorare. Questo ha reso la sua testimonianza ancora più
vicina al mio percorso.
Ma
ciò che più mi ha ispirata è il suo messaggio ai giovani: l’invito a reinventarsi,
a rimettere in discussione le strade già tracciate, a investire su se stessi.
Terzani credeva profondamente nella ricerca di senso, nell’innovazione e nel
coraggio delle scelte non convenzionali.
Per
me resta una fonte di ispirazione autentica, capace di ricordarci che — anche
nelle carriere più tecniche e scientifiche — lo sguardo sul mondo deve sempre
rimanere ampio e profondamente umano.