Kristian
Ghedina (ex sciatore)
Bressanone (Bolzano)
26.2.2026
Intervista di Gianfranco Gramola
“Le mie
ambizioni sono quelle di far crescere i miei figli al meglio, anche se ho molti
impegni. Ho una vita relativamente fortunata, agiata, mi sono creato una bella
situazione economica in passato, quindi non c’è la necessità di dover andare
a lavorare tutti i giorni”

Kristian
Ghedina è un ex sciatore alpino e pilota automobilistico italiano noto
soprattutto nell’ambiente sportivo grazie alle sue numerose medaglie d’oro
ai Campionati nazionali di sci. Nasce il 20 novembre 1969 a Cortina d’Ampezzo
ed è figlio di Adriana Dipol, la prima maestra di sci donna della nota località
sciistica. Si appassiona quindi alla disciplina fin da giovanissimo e all’età
di 18 anni, nel 1987, debutta a livello internazionale partecipando ai
Mondiali juniores di Sälen. Nel 1990 conquista la sua prima medaglia d’oro ai
Campionati italiani arrivando primo nella gara di discesa libera. L’anno
seguente si aggiudica una medaglia d’argento ai Mondiali di sci nella sezione
Combinata e nel 1992 partecipa per la prima volta ai Giochi Olimpici. Si
ritira come atleta professionista nel 2006 rimanendo nella storia come uno
dei più grandi specialisti nelle prove veloci con alle spalle 5 Olimpiadi, 13
medaglie d’oro in Coppa del Mondo e altri 12 ori ai Campionati italiani.
Successivamente Kristian Ghedina inizia a dedicarsi a un’altra disciplina, si
afferma infatti come pilota automobilistico correndo per la BMW al Campionato
italiano superturismo. Questa seconda carriera sportiva termia però nel 2011,
anno in cui l’ex sciatore mostra al pubblico un nuovo lato di sé partecipando
al talent show di Barbara D’Urso Baila!, un programma dal format simile a Ballando
con le stelle. Nello stesso periodo Ghedina ha una breve parentesi come allenatore quando
lavora con il campione croato dello sci alpino Ivica Kostelić. Nel 2024
partecipa come concorrente alla 11ª edizione di Pechino Express. Nel
reality show l’ex sciatore percorre un duro viaggio attraversando Vietnam,
Laos e Sri Lanka al fianco della nota pallavolista Francesca Piccinini. La
compagna di vita di Kristian Ghedina è la campionessa di sci alpino Patrizia
Auer. Dal loro amore nel 2020 nasce il primogenito Natan e nel 2023 la famiglia
si allarga nuovamente con l’arrivo di Brayan, il secondo figlio.
Intervista
Sono appena terminate le Olimpiadi. Un
tuo parere?
E’ andata
veramente di lusso perché abbiamo fatto il record di medaglie. Ha nevicato
pochissimo fino ad una settimana prima delle Olimpiadi, quindi è andato bene
anche per tutto il discorso dei cantieri, perché hanno avuto la possibilità di
terminare i lavori. A Cortina era veramente un gran casino e per chi abita là,
era veramente difficile muoversi. Io per andare a prendere il pane e fare un
giretto, da casa mia ci mettevo 5-10 minuti. In quei giorni ci mettevo più di
mezzora per il discorso dei cantieri perché era tutto un rallentamento, strade
chiuse o deviate e tanta polvere. Erano un po’ tutti preoccupati per via della
poca neve, però è arrivata una settimana prima, ha imbiancato tutto, ha fatto
una bella cornice e Cortina si è presentata veramente al massimo del suo
splendore. Le gare sono andate benissimo, tutto è andato da programma e ci sono
stati un sacco di bei risultati. C’erano delle piste preparate bene, quelle
del bob pure. Alla fine i tifosi e la gente che era venuta a vedere i giochi, se
ne è andata via con una cartolina di Cortina fantastica.
La
disciplina che ti ha affascinato ed emozionato di più nei giochi olimpici?
Un po’
tutti, non solo quelli fatti a Cortina, perché qui a Cortina abbiamo solo tre
discipline, lo sci alpino, il curling e il bob con lo slittino. A me lo sport mi
affascina tutto in generale. Ultimamente ha preso molto campo il curling, ne ho
viste alcune partite, e in questo sport vedi anche le strategie, le diversità
nelle strategie di gioco e anche l’ultimo tiro può veramente cambiare una
partita. Ha avuto un sacco di audience il curling, che sembra più un gioco che
uno sport. Però guardandolo in televisione mi ha appassionato molto.
Hai
pubblicato la tua biografia. Scriverlo è stata una tua esigenza o perché
raccontando la tua storia volevi essere preso come un esempio di sportività?
Diciamo che
il progetto è nato da un’idea di un membro del mio team. Da alcuni anni ho un
team di lavoro dove progettiamo e facciamo degli eventi. Ho un’agenzia che si
occupa dei miei social, uno che mi fa la promozione e un altro che mi fa
marketing. Avevo questo amico, un pilota professionista, che ho conosciuto a
fine carriera, che mi ha detto: “Tu hai già scritto una tua biografia nel
2006, fanne un’altra più aggiornata e sarebbe bello presentarla. Tu sei
sempre in auge”. Io tentennavo e poi mi ha convinto. Alla fine ho pensato al
giornalista Lorenzo Fabiano perché io non sarei stato in grado di scriverla da
solo. Io conoscevo già Lorenzo Fabiano perché ha scritto diversi libri sullo
sci e lui è anche coproduttore del docufilm “Valanga azzurra” di Giovanni
Veronesi. Ho pensato a lui e Lorenzo era molto felice quando gliel’ho chiesto
e come ho sempre detto che quello che ha fatto lui in una estate io non
l’avrei fatto nemmeno in dieci anni (risata). Bisogna essere del mestiere e io
non sono un giornalista, però è stato un bel risultato, mi sono raccontato a
360 gradi e lui è stato molto soddisfatto perché ha scoperto dei lati di me
che non conosceva, anche se già mi conosceva bene. Lui ha detto che stare con
me è stato bello perché sono una persona piacevole, solare, sempre preciso e
puntale. Ci siamo visti alcune volte a casa sua a Verona, dove stavo lì
praticamente dalle 10 del mattino fino alle 6 di sera, facevamo il pranzo
insieme e poi lui è venuto un paio di volte a Cortina. Con
questo nuovo libro ho ripreso un po’ quello che era il libro uscito nel
2006, che avevo presentato prima alle Olimpiadi di Torino, però alla fine dal
2006 ad oggi ne sono successe tante di cose, c’è tutto la parte motori,
motoscafi e la famiglia e abbiamo voluto raccontare un po’ questi fatti qua,
20 anni di storia mia, personale.

In
un’intervista hai detto che senza velocità non vivi. Sei un tipo spericolato?
Sono
abbastanza spericolato, mi ha sempre affascinato la velocità, il rischio, il
pericolo, le emozioni forti a discapito soprattutto di mio padre, perché lui è
sempre stato previdente, calcolatore, attento a tutto e in questo assomiglio
molto a mia madre come carattere. Lei è venuta a mancare quando io avevo 15
anni, anche per un eccesso di confidenza dei propri mezzi. Lei era proprio come
me come carattere, molto solare, disprezzante del pericolo, entusiasta della
vita, si divertiva sempre in tutto quello che faceva e mio padre era sempre
molto preoccupato per me, perché mia madre è venuta a mancare in un fuori
pista, un eccesso di confidenza con i propri mezzi, era caduta a rotoloni per
600 metri in un canale molto stretto, è arrivata fino in fondo saltando e
rimbalzando. Era tutta lesionata internamente, aveva rotto il femore ed era
ancora cosciente e mio padre è rimasto traumatizzato chiaramente, come tutti
noi in famiglia. Mio padre non mi ha mai stimolato ad andare con gli sci, era
sempre preoccupato però a me il fascino della velocità, del pericolo mi ha
sempre emozionato. Non riesco a farne a meno.
E’ vero
che anni fa ti hanno ritirato la patente?
Si, è vero,
ma questo quando ancora non c’era la patente a punti. Me l’hanno ritirata
due volte (risata) sempre per eccesso di velocità. Nel ’95 la prima volta e
nel ’98 la seconda. Mai per il bere perché io non bevo e alle feste bevo
aranciata o coca cola, succo di mela o succo di sambuco che mi faccio io.
Come
valuti la tua carriera?
La valuto una
gran bella carriera, però mi manca la ciliegina sulla torta, cioè mi mancano
le medaglie e la coppa di specialità. La medaglia olimpica, ho fatto 5
olimpiadi e questa è una cosa che mi dispiace molto perché non sono mai
riuscito a vincere una medaglia e nemmeno una coppa di specialità. Però tutto
sommato mi sono divertito, ho valorizzato la mia nazione con i miei risultati,
ho portato in alto il nome dell’Italia.
Quanto
conta l’adrenalina nello sport?
Conta
l’adrenalina, ma penso che quando devi fare una competizione che sia con i
giudici a cronometro, a squadre, prima di entrare in campo l’adrenalina per
uno sportivo ne ha tanta e fai fatica a spiegarla, cosa si prova ad un comune
mortale, quando hai una competizione importante, ai massimi vertici. C’è
l’adrenalina del risultato, come in tutti gli atleti, però dall’altra parte
c’è l’adrenalina del rischio, del pericolo, perché da noi in discesa
libera cadere vuol dire anche farmi tanto male e a volte anche morire. Abbiamo
visto recentemente dei casi come quello di Matteo Franzoso e Matilde Lorenzi.
Quando c’è l’adrenalina, tu devi essere bravo a contenerla, a cercare di
dosarla, perché è un sentimento che ti viene fuori e non devi essere troppo
esuberante o disprezzante di questo sentimento che hai che è l’adrenalina.
Quindi dosarla e domarla sostanzialmente.

Ad un
giovane che si avvicina allo sport che consigli vorresti dare?
Io dico
sempre che lo sport è una scuola di vita, ti insegna la disciplina e le regole
del gioco, il rispetto degli avversari e il rispetto degli orari. Fin da bambino
fai una partita a calcio con gli amici, un incontro o un ritrovo per andare in
bicicletta, già con questo tipo di disciplina va bene, ma se inizi ad arrivare
in ritardo, a fare dei falli in una partita di calcio già lì vieni etichettato
come una persona fallosa o poco rispettosa del prossimo e degli orari. Nella
vita è fondamentale e nello sport è una scuola di vita. Lo sport secondo me è
fondamentale per insegnarti queste regole che poi ti servono anche nella
quotidianità, sia lavorativa che scolastica. Lo sport deve essere inteso sempre
come gioco fino a 13/14 anni. Non deve esserci esasperazione, accanimento
soprattutto da parte dei genitori che ripongono una fiducia eccessiva nei figli
cercando di farli fare sport e farli diventare campioni, dove loro magari non ce
l’hanno fatta. I genitori devono dare la possibilità ai figli di poter fare
sport, però non devono essere troppo invasivi nella vita del figlio. Lo devono
far giocare, far divertire, fargli fare sport. Secondo me la figura dei genitori
è importante quando i ragazzi intorno ai 14/15 anni iniziano a capire come gira
il mondo, iniziano a conoscere i divertimenti, la bella vita, le fidanzate. Lì
per me è stato il periodo più duro e questo lo dico sempre ai ragazzi, perché
bisogna fare tante rinunce, bisogna rinunciare in questo periodo che è forse il
periodo più bello, quello dell’adolescenza. E’ dura fare delle rinunce e
mio padre su questo era molto severo, anche se non condivideva la mia scelta,
lui diceva che lo sport va bene, è una scuola di vita, però è lo studio che
ti dà la garanzia del successo. Mi ha detto: “Hai 16 anni e ti hanno
convocato in nazionale, però visto che è una tua scelta, la fai comunque come
deve essere fatta, con impegno, sacrificio e rinunce. La vita dello sportivo è
fatta di sacrificio”. Siccome io
con mio padre dovevo sempre fare silenzio perché era molto autoritario, io ho
voluto con i fatti dimostrargli il mio impegno. Lui ha fatto per 5 anni il
presidente della squadra di hockey, 8 anni nella società dell’hockey, è
andato nei paesi dell’est e ha visto come gira il mondo. “Per me il lavoro
vuol dire arrivare a casa la sera sfiniti, a quattro zampe – mi diceva - e
l’atleta si sveglia tutti i giorni alle 7 di mattina e alle 10 di sera va a
dormire. Non esistono divertimenti e feste. Quindi tu alle 7 ti alzi, vai a fare
ginnastica e la sera vai a mangiare una pizza, fai quello che vuoi, ma alle 10
torni a casa. Se non sei a casa vengo a cercarti peri il paese”. Io avevo il
terrore di questo perché era molto pesante poi a quell’età lì ancora di più.
Dopo aver mangiato la pizza gli amici volevano andare al bar e io non potevo
altrimenti mio padre veniva a cercarmi. Io dovevo rinunciare a questo, al
divertimento, ai piaceri della vita. Però alla fine ho avuto dei bei risultati
e sono stato molto riconoscente e ho capito l’importanza del sacrificio e
delle rinunce che ho fatto.
Alberto
Tomba, un amico o un rivale?
Un amico,
rivale no perché sostanzialmente lui era uno slalomista. Io lo ringrazio sempre
perché non avrei mai avuto la stessa popolarità se non ci fosse stato lui. Lui
ha dato veramente una svolta nel mondo dello sci. Ha portato gli sponsor, i
soldi, l’entusiasmo, i tifosi e io ho vissuto nel suo periodo dove magari
alcune volte non andava bene lui ma andavo bene io e allora venivo valorizzato
di più. Io sono venuto fuori perché sciavo nell’epoca di Tomba, la gente era
incollata davanti al televisore perché guardavano il fenomeno Alberto Tomba,
Kristian Ghedina, Deborah Compagnoni. Era come il motomondiale con Valentino
Rossi, adesso c’è molto interesse per il tennis con Sinner.
Chi aveva
più ammiratrici fra voi due?
Sicuramente
Alberto, perché è sempre stato uno sciupa femmine. Faceva la corte anche a mia
sorella (risata). Io ero molto riservato, molto timido, ho avuto alcune storie,
una per tre anni, una per cinque e adesso con la mia compagna sono insieme da 20
anni.
Il tuo
rapporto con il cibo? Cosa ti piace e viceversa?
Del cibo mi
piace tutto, non sono un goloso ma sono un mangione. Devo un po’ contenermi
perché quando fai l’atleta bruci tantissimo, finita l’attività non facendo
più tutto il lavoro che facevi prima, non bruci tanto. Se continui a mangiare
con l’appetito che avevi una volta, arrivi a 150 chili (risata). Devo
contenermi un po’ oppure fare attività fisica, fare palestra. Sono sempre
stato una buona forchetta. Mi piace la pizza, mi piacciono i ravioli, la pasta
ripiena, ma anche due spaghetti al ragù o al pomodoro e basilico. La cosa che
non mi pace è la nouvelle cuisine, perché sono una buona forchetta e mi
piacciono le porzioni abbondanti. A volte mi hanno invitato in qualche
ristorante stellato, dove portano queste pietanze che sono due assaggini, andrei
avanti 15 giorni a mangiare così, perché non ti sazi, è difficile fare
indigestione (risata). Tutta roba ottima, per carità, non voglio disprezzare la
nouvelle cuisine, è una cucina di alto livello ma sono tutti assaggini
raffinati. Io sono più da trattoria, dove si mangia un paio di etti di pasta al
ragù.

Come hai
conosciuto la tua compagna Patty Auer e come l’hai conquistata?
Anche lei era
in nazionale, sciava e la conoscevo ancora dai tempi della nazionale. Era una
delle ragazze carine, che non aveva il fidanzato e tra di noi uomini ci
chiedevamo perché non voleva fidanzarsi. Lei era una che non dava tanta
confidenza. Lei ha corso una decina di anni in nazionale e ha fatto un paio di
anni la coppa gigante poi ha smesso negli anni 2000, mentre io ero ancora in
attività ed è andata un paio di anni in giro per il mondo e poi dopo è
tornata e ha seguito l’attività del padre che ha un’officina meccanica di
riparazioni dei camion. Adesso lei è amministratrice e quindi ha a che fare con
camionisti e meccanici, tutta gente abbastanza ruspante un po’ come me
(risata). Da quando lei si era ritirata non l’avevo più vista tranne nel
2006. Essendo una ragazza carina, ogni tanto veniva chiamata per fare dei
servizi fotografici in pista o per delle aziende. Io l’ho trovata a Kitzbuhel
dove io stavo facendo la mia ultima Streif. Nel pomeriggio prima della gara sono
andato in un negozio per parlare per una futura collaborazione e c’era lì
anche lei. Quando sono entrato l’ho salutata e il mio manager che all’epoca
era l’altoatesino Andreas Goller mi
ha detto: “Ma tu la conosci lei? Ma si, è Patrizia Auer”. Ci sono rimasto
perché non l’avevo riconosciuta. Allora con Patrizia abbiamo chiacchierato,
fatto un po’ di battute, parlato delle gare e della Nazionale. Lei conosceva
Andreas Goller e alcuni mesi dopo ho telefonato a Patty per dirle che era morta
la mamma di Andreas Goller e le ho detto che andavo al funerale e le ho chiesto
se voleva venire anche lei e lei ha accettato. Sono andato a prenderla a
Bressanone, la sua città, dove ha la sua azienda, e siamo andati al funerale,
poi tornando le ho detto: “Guarda che io stasera vado alla festa di Patrick
Staudacher. Il suo fan club mi ha invitato perché festeggiano la sua medaglia
d’oro ai campionati mondiali su super G”. A lei piaceva l’idea di andarci,
anche se forse eravamo in troppi alla festa e allora pensai di dire che Patty
era la mia “morosa” così non avevano niente da dire. Lei era d’accordo,
è venuta alla festa con me, l’ho presentata come la mia fidanzata e poi la
sera, accompagnandola a casa, c’è stato il primo bacio ed è partita la
nostra bella storia, che è iniziata da un funerale. Se non c’era quel
funerale non succedeva niente.
Quali sono
le tue ambizioni e i tuoi progetti?
Le mie
ambizioni sono quelle di far crescere i miei figli al meglio, anche se ho molti
impegni. Ho una vita relativamente fortunata, agiata, mi sono creato una bella
situazione economica in passato, quindi non c’è la necessità di dover andare
a lavorare tutti i giorni. Ho alcune aziende che sponsorizzo, ho un ristorante e
pizzeria a Cortina che gestisce mio cugino, ora ho fatto questo libro e un po’
di presentazioni, un po’ di eventi e sono spesso in giro, ma cerco sempre di
rientrare a casa il prima possibile, anche a notte fonda, per stare con la
famiglia, portare i bambini all’asilo.