Luca Ward
(attore e doppiatore)
Roma 30.6.2026
Intervista di Gianfranco Gramola
“L’intelligenza
artificiale è una macchina e già chiamarla intelligenza è uno schiaffo
all’essere umano, perché l’intelligenza è umana. Non c’è una macchina
intelligente, esistono macchine addestrate dall’uomo che poi eseguono delle
cose”
Luca Ward è
nato a Ostia il 31 luglio 1960. E’ un attore, doppiatore e direttore del
doppiaggio italiano tra i più noti e apprezzati del panorama nazionale. Figlio
d’arte, proviene da una famiglia di doppiatori e attori, e ha iniziato la
carriera nel mondo della voce prestando il suo timbro inconfondibile a celebri
attori internazionali. È noto soprattutto per essere la voce italiana di
Russell Crowe, in particolare nel ruolo iconico di Massimo Decimo Meridio ne Il
Gladiatore, ma ha anche doppiato attori del calibro di Pierce Brosnan,
Keanu Reeves, Samuel L. Jackson, Hugh Grant e molti altri. Ha lavorato su
film cult come Pulp Fiction, Matrix, 007, Il paziente
inglese, Mission: Impossible, contribuendo con la sua voce a definire
l’identità di questi personaggi per il pubblico italiano. È considerato
uno dei massimi interpreti vocali italiani, simbolo di un’arte raffinata e
spesso invisibile: quella del doppiaggio.
Curiosità
- Il padre è
l'attore e doppiatore Aleardo Ward e la madre è Maria Teresa di Carlo, attrice
di cabaret.
- Per aiutare
la famiglia e pagarsi gli studi, dopo la scomparsa del padre, Luca Ward ha fatto
diversi lavori: venditore di caramelle, facchino, benzinaio, camionista e
bagnino.
- Grazie al
suo grande amore per il mare e la nautica, da un falegname si è fatto costruire
nella sua casa, una cucina cambusa e il bagno stile nautico.
- Nel 2026 ha
depositato il marchio sonoro della propria voce, cosicché non possa essere
utilizzata a sproposito dall'intelligenza artificiale.
Intervista
Il tuo
è un nome d’arte?
No, Luca Ward
è il nome della mia famiglia, che è una famiglia americana di origine inglese.
Fare
l’attore e il doppiatore era una tua ambizione o è stato tutto per caso?
No, per carità.
Non era proprio la mia ambizione, io volevo fare ben altro. Io sono la quarta
generazione di attori e in un modo o nell’altro più scappavo e più mi
riportava sul palcoscenico, quindi ad un certo punto mi sono arreso e mi sono
detto “facciamo sto mestiere e che Dio mi aiuti”.
I tuoi
genitori che futuro avevano in mente per te?
Non certo il
mestiere dell’attore. Io avevo in mente altre cose, anche mio padre, che
purtroppo ho perso quando ero molto piccolo, avevo 13 anni e non mi ha potuto
seguire più di tanto. Diciamo che il mestiere dell’attore è stata una
conseguenza. Ho cominciato a fare l’attore a tre anni, negli sceneggiati della
Rai e capitava che ai grandi registiche conoscevano mamma e papà chiedevano se
serviva un bambino e così è iniziato il tutto. Io fin da piccolo volevo fare
il pilota di linea.
Tu hai
fatto una scuola per il doppiaggio o sei autodidatta?
Nessuna
scuola, io sono cresciuto nei palcoscenici e negli studi cinematografici
italiani. Se mi chiedi se uso il metodo Stanislavskij, non so chi sia.

Se ti
dico Giuseppe Rinaldi, cosa ti viene in mente?
Il più
grande doppiatore del mondo. Non c’è nessuno oltre a lui ed è stato il più
grande attore e interprete del mondo, passando tra mille facce, mille attori era
sempre diverso. Riusciva a modificarsi con maestria incredibile e aveva un
talento mostruoso.
Con
quali criteri vengono generalmente proposti gli attori da doppiare?
Vengono
proposti dagli americani e quindi dagli stranieri. Noi facciamo sempre dei
provini poi non è che scegliamo noi chi doppiare, ma gli americani ci scelgono,
scelgono i registi e gli attori. Russel Crowe, Hugh Grant, Pierce Brosnan, Keanu
Reeves, questi grandi attori, hanno scelto loro la mia voce.
Quali
son le qualità che deve avere un buon doppiatore?
Un buon
doppiatore deve venire dal teatro. Il teatro forma gli attori, la televisione
non forma attori, il doppiaggio non forma attori, il cinema non forma attori è
il teatro che forma gli attori. Infatti i grandi di allora mi dicevano: “Devi
fare il teatro, perché il teatro ti dà l’arte recitativa a tutto tondo ed è
solo il teatro che ti rende interprete vero”.
Il
mondo del doppiaggio e del cinema è meritocratico o lavorano sempre i soliti?
Quello del
doppiaggio si, il mondo del cinema non lo so, perché lo conosco poco, l’ho
frequentato poco. Devo dire che il cinema mi ha cercato poco, non che mi importi
nulla, ma è andata bene così, perché ho doppiato duemila film.
Hai
fatto cinema, Tv, radio, teatro. In quali di questi ambienti ti senti più tuo
agio?
Io mi sento a
mio agio in tutti gli ambienti, perché so fare tutto. Io ho imparato a fare di
tutto, dal cinema al teatro, dalla televisione alla radio, i musical. Del resto
l’artista deve saper fare tutto. Non è una qualità che hanno molti attori
oggi in Italia.
L’intelligenza
artificiali è un pericolo per chi fa il doppiaggio?
Secondo me
potrebbe esserlo, non lo so. Intelligenza artificiale è una macchina e già
chiamarla intelligenza è uno schiaffo all’essere umano, perché
l’intelligenza è umana. Non c’è una macchina intelligente, esistono
macchine addestrate dall’uomo che poi eseguono delle cose. Io non capisco
questa cosa di fregare le persone chiamandola intelligenza artificiale.
Sicuramente farà delle cose buone ma farà anche delle cose cattive e questo è
innegabile. Bisogna cercare di capire come usarla e cercare di capire come
avventurarci con questa macchina e il rischio è che poi non riusciamo a
governarla come vorremmo.
La tua
più grande soddisfazione artistica qual è stata?
E’ il
successo del pubblico. Il pubblico è l’unica grande soddisfazione di un
artista vero. Io quando giro per le strade, quando vado nei teatri sento
l’affetto, il calore e il riconoscimento del pubblico e quello è impagabile.
Il pubblico è il premio più grande per un’artista, tutto il resto è acqua
fritta.

Per chi
si avvicina al mondo della recitazione e del doppiaggio tu sei un esempio di
bravura. Ti senti addosso questa responsabilità?
No, io faccio
il mio senza avere preoccupazioni. Ho lavorato tanto e con i più grandi artisti
d’Italia nel doppiaggio, da Pino Colizzi a Pino Locchi, da Giuseppe Rinaldi a
Ferruccio Amendola, quindiho imparato molto bene questa arte recitativa. Lo
faccio al meglio delle mie possibilità e se sono diventato o diventerò un
esempio per i ragazzi, per i più giovani, mi fa enormemente piacere. La cosa
che devono fare è solo seguire loro stessi più che avere dei modelli.
Nel
2021 hai scritto il libro biografico “Il talento di essere nessuno”. Perché
un titolo così curioso e com’è nata l’idea?
Non è nata
da me veramente, è nata dalla Mondadori che me l’ha chiesto. Io pensavo fosse
uno scherzo e quando mi hanno telefonato gli ho attaccato il telefono. Alla fine
l’ho scritto insieme al giornalista Mariano Sabatini, ma l’ho scritto più
che altro per i giovani, per i ragazzi, perché oggi si arrendono subito e al
primo no vanno in crisi. Noi di no ne abbiamo ricevuto 100 mila e io
personalmente forse anche milioni di no. Quand’ero ragazzo mi dicevano che il
doppiaggio non era cosa mia, non faceva per me e invece poi qualche film l’ho
fatto (risata). Non bisogna mai arrendersi quando dicono no. “Mi hai detto no?
‘sti cazzi”.
Nel tuo
libro mi ha colpito molto il tuo rapporto con il mare, un rapporto d’amore.
Io vengo da
una famiglia di naviganti. Mio nonno, da parte di mio padre, era un comandante
della marina mercantile americana. La compagnia di navigazione della mia
famiglia è una delle più grandi compagnie di navi da lavoro del mondo. Quindi
il mare ha sempre fatto parte della mia vita. Mio padre ogni volta che aveva un
momento libero lo passava in mare e io stavo con lui. Il mare fa proprio parte
della mia vita e non potrei vivere senza. Difatti non vado mai in montagna e non
so cosa sia.
Devi più
il successo al talento o alla volontà?
Tutti e due.
La volontà non solo, perché serve soprattutto l’affidabilità. E’ meglio
un attore mediocre ma affidabile che un attore straordinario ma inaffidabile.
Quindi l’affidabilità è una delle prime cose, la puntualità,
l’educazione, il rispetto per il lavoro degli altri e il rendersi conto che
non è che stiamo salvando vite umane, ma facciamo un lavoro splendido e
meraviglioso che però ha bisogno non solo di preparazione e competenza ma anche
di affidabilità.
Oltre
al lavoro e al mare, curi delle passioni nella vita?
No, la mia
passione sono i miei figli, ne ho tre e mia moglie. La mia famiglia è la
passione principale. Insieme a loro divido la passione per il mare, perché
siamo tutti marini. La mia prima figlia Guendalina, che oggi lavora nel
doppiaggio, è stata istruttore subacqueo per 25 anni, mio figlio è un piccolo
comandante di navi da diporto e l’ultima si sta avviando anche lei verso le
attività marine.
Parliamo
un po’ di Roma. Che ricordi hai della tua infanzia romana?
Più che di
Roma ho dei ricordi di Ostia, perché io sono di quel quartiere. Ostia e Roma
sono due mondi completamente diversi. Noi siamo quelli che hanno insegnato ai
romani a nuotare. Ostia era una realtà splendida50 anni fa, era una realtà
paesana, era un paese dove ci si conosceva tutti, le case erano aperte, le
macchine si lasciavano aperte, le biciclette si lasciavano in mezzo alla strada.
Era tutto molto bello, molto semplice e quindi un’infanzia bellissima. Mi
ricordo ad Ostia dove a dicembre si faceva l’albero di Natale alla rotonda e
il 25 si distribuivano i regali con i vigili del fuoco, la polizia municipale, i
carabinieri e la polizia ed era bellissimo. Poi con gli anni è cambiata molto
purtroppo e oggi soffre particolarmente la pesantezza di Roma. Ostia dovrebbe
essere comune, non quartiere di Roma, perché ha 400 mila abitanti ed è il
quartiere più grande d’Europa. Ostia deve essere comune, come lo è diventato
Fiumicino. Da quando Fiumicino è diventato comune, è rinato. Speriamo che a
Ostia decidano presto questa cosa.
Hai
sempre abitato a Ostia o anche in altri quartieri?
Fino al ’78
ho abitato a Ostia, a 18 anni poi ci siamo spostati. Ora siamo andati all’Olgiata.
All’epoca quando cambiavi quartiere era come se cambiavi nazione.
Com’è
il tuo rapporto con Roma attualmente?
Il mio
rapporto con Roma è sempre stato un rapporto molto bello, è una città dove mi
piace tornare, credo che sia la città più interessante del mondo dove la
storia la fa da padrona ed è una storia ricchissima e straordinaria. E’ una
città che amo terribilmente ed è una città che vorrei vedere più pulita in
qualche modo, perché è stata abbandonata da decenni. Ora, mettere in sesto
decenni di abbandono, certamente non è facile. C’è qualcuno che ci sta
provando, però poi arrivano i casini, i disagi, siamo pieni di cantieri a Roma
che chissà quando finiranno. Certo qualcuno doveva pur farlo, però si doveva
farlo prima.
In
molti film si usa tanto il romanesco. Come te lo spieghi?
Il dialetto
romano è un dialetto molto accattivante, ma quello vero, non il dialetto che
parlano oggi. Oggi parlano il dialetto burino che è molto diverso e il romano
vero parla in maniera secca, non strascica le parole. Non dice “’ndonamooo,
che famooo”, no, è tutto più rapido “ndonamo, che famo”. E questo rende
il dialetto romano molto simpatico, un po’ come il dialetto napoletano. Il
romanesco e il dialetto napoletano sono i due dialetti, secondo me, più
interessanti d’Italia. I dialetti sono tutti belli, però quei due sono quelli
che rimangono più impressi, perché sono estremamente simpatici.

Hai un
paio di consigli da dare al sindaco di Roma?
Il caro
Gualtieri sta facendo tante cose, forse è il primo sindaco che si è imposto in
maniera anche poco popolare, perché ha aperto tantissimi cantieri e i romani
gli devono essere grati perché comunque lui i cantieri li ha aperti. Ora si
prepara per il PNRR, per il giubileo, però li ha aperti, qualcuno ha fatto
qualcosa. Io il consiglio che gli do è di continuare su questa strada e fare
gli interessi della capitale.
Per uno
che vuole fare l’attore e il doppiatore, Roma è la città ideale?
Assolutamente
si, il cinema, la tv, il doppiaggio, il teatro è tutto concentrato a Roma. E’
come per la moda devi andare a Milano, la moda a Roma non c’è. Ai ragazzi che
vogliono fare doppiaggio dico sempre di fare teatro, perché il teatro forma gli
attori e si diventa interpreti straordinari. Basta sentire Giancarlo Giannini
quando doppia, è magico. Ma perché è magico? Perché ha fatto 50 anni di
teatro. Lo stesso Ferruccio Amendola, papà di Claudio, Giuseppe Rinaldi
venivano tutti dal teatro, questi giganti del doppiaggio. Come Rita Savagnone,
mamma di Claudio Amendola, che è stata una interprete mostruosa e quando la
vedevi sul palcoscenico era da brivido. Per cui i ragazzi devono fare teatro,
perché ripeto, il teatro forma gli attori. Oltretutto il teatro sta vivendo una
seconda giovinezza in Italia, al contrario del cinema che ormai sta morendo. Per
cui ai ragazzi dico di fare teatro, perché il teatro li porta a interpretare
come Cristo comanda.
I tuoi
progetti?
Progetti ce
ne sono tanti. C’è un film che deve uscire in ottobre che ho fatto proprio
con Enrico Vanzina, di cui si può parlare poco perché è una sorpresa. È un
genere che Enrico non ha mai fatto, si cimenta con questo genere ed io sono
stato orgogliosissimo di partecipate ad un suo film perché per me i due giganti
del cinema rimangono Pupi Avati ed Enrico Vanzina.